Canapa, i silenzi di Prandini e Coldiretti dopo le critiche al decreto Sicurezza. E i coltivatori sono indagati per droga

Rassegna Stampa: 30 Settembre 2025 di Paolo Dimalio – CRONACA da Il Fatto Quotidiano – Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/30/canapa-industriale-sequestri-indagini-coltivatori-news/8140274/

Contro la norma per vietare la cannabis light, il presidente tuonava: “Non lasceremo soli i nostri imprenditori, a costo di arrivare nelle sedi giudiziarie”. Era il 14 novembre 2024: da allora il silenzio, per non compromettere il dialogo con il governo

Tace Coldiretti sulla canapa industriale, mentre gli agricoltori sono colpiti da sequestri e indagati per droga. Tanto da indurre la senatrice pentastellata Sabrina Licheri ad interpellare il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida: “Intere piantagioni di canapa distrutte” dalle forze dell’ordine, “prima ancora di verificarne l’effetto drogante”, ha denunciato la parlamentare. Rischiano 20 anni di galera, i coltivatori, per via del decreto Sicurezza ispirato dal braccio destro di Giorgia Meloni, Alfredo Mantovano.

Era il 14 novembre 2024, quando Ettore Prandini (presidente Coldiretti) annunciò “un’interlocuzione col sottosegretario”, auspicando la modifica dell’articolo 18, la norma per bandire le infiorescenze e radere al suolo il mercato della cannabis Light. Il numero 1 dell’associazione lanciò l’appello a Mantovano dal convegno romano di palazzo Rospigliosi, scandendo l’avviso per palazzo Chigi: “Non lasceremo soli i nostri imprenditori di canapa, a costo di arrivare nelle sedi giudiziarie”. Invece l’associazione degli agricoltori, vicina al governo Meloni, si tiene distante dai tribunali e da tempo è muta. Dietro le quinte, prova a mediare con il governo nell’interesse dei coltivatori. Fino ad ora, con scarsi risultati: basta parlare con gli imprenditori indagati e colpiti dai sequestri.

Eppure Prandini, al convegno novembrino di palazzo Rospigliosi nella Capitale, era stato chiaro: “Chiudere le attività produttive e soprattutto il futuro di migliaia di giovani noi lo riteniamo assolutamente inconcepibile”. Ne aveva ben donde: in gioco ci sono 30mila lavoratori, 150 milioni di gettito fiscale per un fatturato di 500 milioni l’anno. Di colpo, grazie al decreto del governo il 4 aprile, le imprese hanno dovuto annullare ordini di esportazione per il 90% del mercato delle infiorescenze. Anche per queste ragioni, il 23 giugno scorso il massimario della Cassazione ha sollevato seri dubbi di legittimità costituzionale.

Profondo scetticismo l’aveva espresso anche Coldiretti. La newsletter del primo agosto 2024, con la norma appena approvata in Commissione, titola: “A rischio la sopravvivenza di un intero settore”. Il catenaccio invoca la tutela di “tutte quelle aziende che hanno legittimamente investito nella canapa”. Il 12 settembre 2024 Montecitorio approva l’articolo 18 e la newsletter apre così: “La Camera affossa la sopravvivenza del settore”. L’ultimo acuto è del 14 novembre: “Ddl Sicurezza cancella filiera da mezzo miliardo, canapa italiana chiede modifica della legge”. È il giorno del convegno a palazzo Rospigliosi, con Prandini ad annunciare l’incontro, “in tempi brevi”, con Alfredo Mantovano. Da allora la canapa è sparita dai comunicati firmati Coldiretti. L’unica eccezione è a ridosso dell’approvazione del decreto Sicurezza, il 5 aprile, con l’auspicio della retromarcia a Chigi grazie ad “un confronto istituzionale, evitando di compromettere, definitivamente, un comparto agricolo strategico”.

Il confronto istituzionale, a dire il vero, era già iniziato il 14 novembre. Il presidente della commissione agricoltura – il fratello d’Italia Luca De Carlo – aveva espresso la disponibilità a mediare con il governo, per istituire un tavolo tecnico ed emendare il famigerato articolo 18. La soluzione è stata valutata: salvare gli agricoltori della canapa e mandare a picco i negozi di cannabis light, vietando solo l’uso ricreativo. Non se ne è fatto nulla. Ma il governo ha rassicurato i coltivatori in tutti modi. Il filo tra Chigi e Coldiretti, sulla canapa, pare sia ancora integro. L’associazione guidata da Prandini non ha cambiato idea: l’articolo 18 deve essere modificato per tutelare i coltivatori.

Ma è consigliato abbassare i toni, mitigare il dissenso pubblico. Sulla canapa qualcuno avrebbe preferito alzare la voce invece ha taciuto. Perché i tavoli di confronto, tra la sigla degli agricoltori e palazzo Chigi, sono numerosi ed evitare rotture è imperativo. Il 26 settembre sotto il vessillo Coldiretti è sceso in piazza il popolo del grano, contro i “trafficanti” colpevoli di prediligere il “prodotto straniero, per far crollare i prezzi di quello italiano”. Non una parola sul governo Meloni, nel comunicato dell’associazione: il bersaglio sono misteriosi “speculatori”. Mentre le grane degli agricoltori si moltiplicano, a leggere la newsletter di Coldiretti: dazi, Mercosur, concorrenza sleale contro coltivatori di riso e florovivaisti. Ma i responsabili sono solo a Bruxelles, mai a Roma.

Blitz nelle rivendite di cannabis light a Torino: sequestrate tonnellate di infiorescenze, negozianti rischiano fino a 20 anni di carcere

Rassegna Stampa: del 24 settembre 2025 di Ludovica Lopetti – Corriere Della Sera – Fonte: https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/25_settembre_24/maxi-blitz-nelle-rivendite-di-cannabis-light-a-torino-sequestrate-tonnellate-di-infiorescenze-negozianti-rischiano-fino-a-20-3794e6fb-beac-4f0d-b1c7-2b344be47xlk.shtml

Una nuova ondata di perquisizioni e sequestri ha colpito decine di rivendite di cannabis light tra Torino e provincia, i primi dopo la stretta varata dal governo. I poliziotti hanno sequestrato diverse tonnellate di infiorescenze, ma anche prodotti a base di canapa come creme, oli e tisane. Stavolta nel mirino della procura sono finite le scorte stoccate nel retrobottega dei negozi in attesa di essere smaltite.

 L’articolo 18 del decreto Sicurezza infatti ha reso punibile penalmente la produzione e il commercio dei fiori di canapa, mettendo i commercianti davanti a un bivio: molti hanno pensato di abbassare la saracinesca per mettersi al riparo da contestazioni, altri hanno continuato a vendere i prodotti non colpiti dal divieto, come fertilizzanti e semi. Una scelta che ora rischia di costare loro cara: diversi risultano indagati per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Rischiano la reclusione da sei a venti anni o la multa da 26 mila fino a 260 mila euro. E pazienza se il decreto Sicurezza non ha indicato ai rivenditori come disfarsi della merce che non può più essere venduta. 

In questa zona grigia, ciascuno ha fatto come meglio credeva: alcuni l’hanno sigillata in sacchi di nylon, altri l’hanno lasciata in esposizione con la dicitura «in attesa di smaltimento». Lunedì i negozianti coinvolti (difesi dall’avvocato Beatrice Rinaudo) sono stati portati negli uffici della questura, dove la merce in sequestro è stata pesata e sottoposta ai test rapidi che rilevano il thc, il principio psicoattivo. A poco è servito esibire esami di laboratorio, certificazioni e fatture.

La nuova inchiesta arriva dopo che pochi giorni fa una procura ligure ha restituito a un agricoltore, indagato anch’egli per commercio di stupefacenti, 57 piante, 90 confezioni di olio di canapa e 5 chili di infiorescenze perché risultati privi di «efficacia drogante». È stato il primo provvedimento di dissequestro delle infiorescenze dopo il dl Sicurezza. A luglio era stata la stessa procura di Torino a chiedere e ottenere l’archiviazione di un’altra inchiesta sulla canapa industriale, parlando di «attività commerciale essenzialmente lecita».

«Anche in quel caso tutti i prodotti sono risultati legali e certificati, ma i sequestri hanno messo in ginocchio decine di aziende, alcune delle quali costrette a chiudere — commenta Luca Fiorentino, referente piemontese dell’associazione Canapa Sativa Italia —. Ora ci risiamo. Tutto questo appare surreale e sembra assumere i contorni di una vera e propria persecuzione». 

Cannabis light, il bluff del decreto Sicurezza: “Sequestri in calo, ma imprenditori spaventati”. 3 su 10 hanno chiuso bottega

Rassegna stampa: CRONACA – 7 Settembre 2025 – di Paolo Dimalio – IL FATTO QUOTIDIANO – Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/07/cannabis-light-decreto-sicurezza-sequestri-imprenditori-news/8114148/

Malgrado i proclami, la guerra delle destre sembra congelata. L’avvocato Zaina: “L’articolo 18 è un deterrente di mera apparenza per scoraggiare le aziende”

Il decreto Sicurezza doveva stroncare la vendita della cannabis light, invece le bustine con le infiorescenze sono ancora in vendita e la maggior parte dei negozi non ha abbassato la saracinesca. Secondo le associazioni Canapa sativa Italia e Federcanapa, su circa mille esercizi commerciali il 20 o 30 per cento ha chiuso i battenti, mentre gli altri resistono nel terrore di sanzioni. Eppure, ad oggi, la “lunga guerra” delle destre al fiore verde appare congelata. Dopo il via libera al decreto sicurezza i sequestri di cannabis light sono perfino diminuiti, sostiene l’avvocato Carlo Alberto Zaina: “I provvedimenti amministrativi o penali, come i sequestri di prodotti a base di Cbd, sono in calo negli ultimi mesi. Del resto già il massimario della Cassazione ha recentemente criticato la fondatezza e la costituzionalità dell’articolo 18, che prevede il divieto di vendita e lavorazione del fiore della canapa”. Ecco l’ipotesi di alcuni addetti ai lavori: per evitare il ricorso alla Corte costituzionale e la bocciatura della norma sponsorizzata dal meloniano Alfredo Mantovano, l’unico modo è limitare più di prima provvedimenti amministrativi e denunce penali contro le aziende della cannabis light. Altro che giro di vite: per ora, il divieto del fiore sarebbe un bluff per spaventare il settore. “L’articolo 18 è, in realtà, un deterrente di mera apparenza per scoraggiare gli imprenditori, ma è stato applicato in modo concreto, sinora, eccezionalmente e sporadicamente. Pertanto non ha affatto mutato il quadro giuridico preesistente, né ha determinato, per ora, ricadute significativamente negative, sul piano penale, per commercianti o coltivatori”, dice Zaina.

L’attesa per la circolare ministeriale – Che il quadro sia immutato lo ha ammesso il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida l’11 luglio scorso, annunciando una circolare per rassicurare gli agricoltori sul piede di guerra: “Ciò che era lecito resta lecito e quello che era vietato continua ad esserlo. La norma si limita a ribadire il divieto già esistente” sulle infiorescenze della canapa. Un sofisma per ribadire che nulla è cambiato, anche dopo il bando del fiore via decreto. Non una cattiva notizia per le imprese. Lollobrigida infatti ribadisce un divieto sovente negato dai giudici: “Le sentenze di assoluzione nei processi avviati prima del decreto sicurezza continuano ad essere pronunziate, per gli imprenditori della light accusati di spaccio di droga – dice Zaina – In questi anni ho seguito quasi un centinaio di casi in tutta Italia e ben oltre il 90 per cento si è concluso con assoluzioni, credo sia una tendenza sempre più diffusa”. Il meloniano Lollobrigida ha tenuto a rassicurare gli agricoltori: “Il Governo, consapevole delle preoccupazioni espresse dagli operatori, ha previsto una circolare che verrà diffusa con un’interpretazione autentica. Voglio comunque affermare che sosterremo in ogni modo il settore agricolo-industriale legato alla produzione della cannabis”. Alla scrittura del documento lavorano i ministeri dell’Agricoltura, dell’Interno e il dipartimento antidroga di palazzo Chigi: il contenuto è blindato.

Frizioni con Coldiretti – L’obiettivo del governo è salvare gli agricoltori (come chiede Coldiretti) e bandire la cannabis light: una missione quasi impossibile, perché la vendita delle infiorescenze traina le coltivazioni della canapa, in netta crescita. Anche per questo l’associazione guidata da Ettore Prandini – vicinissima al governo Meloni – ha stroncato l’articolo 18 come una batosta per migliaia di aziende agricole. Che ricordano bene il discorso di Meloni all’indomani della vittoria elettorale: “Il nostro motto sarà ‘non disturbare chi vuole fare’. Chi fa impresa va sostenuto e agevolato, non vessato”. Ora invece sono gli agricoltori “amici” del governo a sentirsi “vessati” da palazzo Chigi. In Europa Forza Italia, con Flavio Tosi, ha chiesto il passo indietro sulla canapa, emulata dalla Lega nel consiglio regionale veneto. Le aule elettive di Puglia ed Emilia Romagna hanno chiesto ai loro presidenti – Michele Emiliano e Michele de Pascale – di valutare il ricorso alle Corte. Per ora non si muove nulla.

L’incertezza della sopravvivenza – Intanto, i provvedimenti sanzionatori sono diminuiti ma non spariti, specie nelle Marche. In Sardegna un’azienda agricola ha subito il sequestro di una piantagione di canapa. L’imprevisto è dietro l’angolo, come sa bene l’azienda Enecta: sito di e-commerce chiuso per due mesi, su ordine del ministero della Salute, per un prodotto a base di Cbd destinato agli animali. Risultato: fatturato a picco sull’orlo della sopravvivenza. Con il rischio di un risarcimento danni da parte dello Stato. Contro l’articolo 18 del decreto sicurezza le associazioni hanno depositato un’azione di accertamento nei tribunali civili di Firenze, Genova, Bologna, Milano e Trento. Nel capoluogo del trentino Alto Adige si attende la pronuncia dopo l’udienza dell’8 agosto. La speranza della associazioni è che il giudice rimetta il caso giunga alla Coorte costituzionale o alla Corte di Giustizia Europea.

Una delle più grosse inchieste sulla cannabis light è finita nel nulla

Rassegna Stampa: 4 settembre 2025 – Il Post – Fonte: https://www.ilpost.it/2025/09/04/torino-inchiesta-cannabis-light-archiviata/

Dopo più di due anni sono state dissequestrate infiorescenze per 18 milioni di euro, che però a questo punto non si possono più vendere

Una pianta di cannabis light (Antonio Masiello/Getty Images)

Un giudice del tribunale di Torino ha archiviato le accuse nei confronti di 14 persone coinvolte in una delle più grosse inchieste aperte sulla cannabis light, che prima della legge approvata lo scorso aprile poteva essere prodotta e venduta senza problemi. L’inchiesta era stata aperta più di due anni fa e le persone erano state accusate di produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti. Erano state coinvolte diverse aziende e in totale erano state sequestrate quasi 2 tonnellate di infiorescenze dal valore di circa 18 milioni di euro. Il giudice ha accolto la richiesta di archiviazione presentata dal pubblico ministero che aveva definito l’attività «essenzialmente lecita».

Negli ultimi anni sono state aperte diverse indagini simili che hanno creato non pochi problemi ai produttori e ai commercianti di cannabis light.

Quasi tutte le inchieste si basavano su interpretazioni diverse e fuorvianti della legge, e sul principio che la cannabis light sia una sostanza stupefacente. In realtà la cannabis light ha un livello molto basso di THC, il componente psicoattivo comunemente associato all’effetto stupefacente della marijuana, mentre contiene maggiori quantità di CBD, principio attivo che provoca un più blando effetto di rilassatezza.

Fino allo scorso aprile in Italia la coltivazione e la vendita della cannabis light erano concessi grazie a un vuoto legislativo della legge 242 del 2 dicembre 2016, approvata per regolamentare la coltivazione della canapa per fini industriali. La legge permetteva a chiunque di coltivare cannabis senza autorizzazioni se i prodotti erano idonei alla produzione di alimenti e cosmetici, di materiale destinato alla bioedilizia, all’attività didattica o alla ricerca, alla bonifica di siti inquinati, al florovivaismo (la coltivazione di fiori).

La legge non faceva esplicito riferimento al consumo ricreativo: la mancanza di un preciso divieto aveva permesso alle aziende di coltivare la cannabis light senza avere conseguenze legali. Negli anni c’erano state diverse sentenze, anche della Corte di Cassazione, che avevano permesso il commercio di cannabis light e soprattutto avevano escluso che sia una sostanza stupefacente (poi ad aprile la coltivazione e la vendita sono stati resi illegali).

Questa interpretazione aveva permesso di sviluppare un nuovo settore e l’apertura di circa tremila nuove aziende tra negozi e aziende agricole. Nell’inchiesta avviata dalla procura di Torino ne erano state coinvolte diverse tra le province di Torino, Cuneo, Forlì-Cesena, Lecce, Milano, Monza-Brianza e Rimini. Nel giugno del 2023 i carabinieri dei NAS (il nucleo antisofisticazioni e sanità) avevano perquisito 49 tra appartamenti, negozi e aziende agricole da cui erano state sequestrate quasi 2 tonnellate di infiorescenze.

Secondo i carabinieri, la cannabis light sequestrata aveva livelli di THC alti al punto da giustificare una «concreta capacità drogante». Due consulenze tecniche e chimiche condotte negli ultimi mesi hanno escluso questa accusa.

Solo una piccola parte di cannabis light era stata trovata con livelli di THC sopra la soglia, ma non era stata ancora sottoposta ai controlli previsti dai protocolli prima della vendita. Le aziende, alcune delle quali avevano anche collaborazioni con università, hanno dimostrato di seguire regole precise per gestire le infiorescenze con livelli di THC risultati sopra la soglia di legge.

Il tribunale ha ordinato il dissequestro della merce e la restituzione alle aziende coinvolte, che tuttavia non possono più venderla, con un danno complessivo da circa 18 milioni di euro: non è più conforme agli standard di qualità e soprattutto violerebbe la legge approvata dal governo lo scorso aprile che ha reso illegale l’intero settore della cosiddetta cannabis light, dalla coltivazione alla vendita.