Cannabis light, dubbi di incostituzionalità sul divieto. Il ricorso del giudice: “Decida la Consulta”

Rassegna Stampa: del 03 Dicembre 2025 di di Michele Bocci, Viola Giannoli – da La Repubblica – Fonte: https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/03/news/corte_costituzionale_decisione_su_divieto_coltivare_vendere_cannabis_light-425018311/

L’articolo 18 del decreto Sicurezza finisce davanti alla Corte costituzionale, sulla base di un’ordinanza del gip di Brindisi. I produttori: “Finalmente c’è la possibilità di buttare giù una norma sbagliata”

La Consulta valuterà la costituzionalità del decreto Sicurezza. Dopo mesi di arresti e successive scarcerazioni di persone che coltivavano o commerciavano la cannabis light, un giudice, il gip di Brindisi, ha deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 18 del dl Sicurezza. Quello che appunto mette fuori legge anche la canapa che contiene cbd, sostanza considerata non drogante, e ha una bassa presenza, sotto la soglia dello 0,5%, di thc, il principio attivo classificato come sostanza stupefacente.

Il giudizio sull’articolo 18

Il giudice pugliese chiede di valutare la costituzionalità dell’articolo 18 nella parte in cui vieta “l’importazione, la cessione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione, la consegna, la vendita al pubblico e il consumo di prodotti costituiti da infiorescenze di canapa, anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché contenenti tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli olii da esse derivati, fatta salva la lavorazione delle infiorescenze per la produzione agricola dei semi”. Si tratta di prodotti agricoli e quindi, se non possono essere considerati droganti perché non contengono il thc, sarebbe impossibile limitare la loro circolazione, a prescindere dalla loro destinazione. E infatti in questi mesi gli arresti di produttori e rivenditori non hanno portato a condanne, anzi spesso i magistrati hanno scarcerato e restituiti i prodotti sequestrati. Quando l’ordinanza del gip di Brindisi sarà pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, il processo sarà riassunto dalla Corte Costituzionale, che darà le sue indicazioni.

Il caso da cui parte il ricorso

Il ricorso nasce dal caso di un’azienda italiana che aveva prodotto in Bulgaria la cannabis light. Quando alcune tonnellate di merce sono arrivate nel porto di Brindisi per essere consegnate ai produttori che poi le avrebbero rivendute prevalentemente all’estero, l’Agenzia delle dogane le ha sequestrate. “Il pubblico ministero di Brindisi aveva disposto la distruzione di tutta la merce – spiega l’avvocato Lorenzo Simonetti, che ha seguito il caso – Io ho presentato l’opposizione al gip. Con l’occasione ho anche presentato due questioni di legittimità costituzionale. Il magistrato, che ringrazio per la sua sensibilità su un tema così delicato, ha mandato a tutto alla Corte costituzionale”. Simonetti spiega quale impatto potrà avere la decisione del giudice pugliese: “A questo punto diffonderà al massimo l’ordinanza di incostituzionalità, cosicché gli organi investigativi e i magistrati che si troveranno davanti a casi simili dovranno aderire al dubbio, finché non ci sarà la sentenza della Consulta”. Si dovrebbero quindi bloccare i sequestri e gli arresti di chi tratta la cannabis light. “Tra l’altro – aggiunge Simonetti – proprio il trattato del funzionamento unico dell’Unione europea garantisce la stabilità del commercio dei prodotti agricoli nel “mercato unionale”. Una cosa che sottolineerò di fronte alla Corte Costituzionale”. La Corte di Giustizia europea, tra l’altro, si sta già occupando del divieto italiano.

La soddisfazione dei produttori

Le associazioni di produttori avevano fin da subito criticato il decreto Sicurezza, perché la sua approvazione avrebbe bloccato un settore industriale. Il presidente degli Imprenditori canapa Italia, Raffaele Desiante, esprime quindi “soddisfazione per l’ordinanza del tribunale di Brindisi perché si apre, finalmente, la possibilità di buttare giù l’impianto sbagliato dell’articolo 18 per vizi di incostituzionalità”. Dalla canapa si producono tessuti, combustibili, materie plastiche e tanto altro ancora. I fiori da sempre erano considerati scarto, ma negli ultimi anni hanno iniziato ad avere un loro mercato. Vengono infatti utilizzati principalmente come sostanze rilassanti. C’è chi li usa per fare tisane, chi li fuma, chi usa un vaporizzatore. Si tratta della cannabis light, va specificato ancora, cioè di una sostanza che contiene una bassa quantità di thc, il principio drogante, ma tanto cbd. E’ nato così un settore commerciale dedicato, tra rivenditori e distributori automatici. Il governo, in particolare la Lega, ha dichiarato guerra alla cannabis light sostenendo che è pericolosa e chiedendo di inserire nel decreto sicurezza un articolo che cerca di vietarla.

Giravolta di FdI sulla cannabis light: un emendamento per salvarla, poi lo stop

Rassegna Stampa: del 05 Dicembre 2025di Giuseppe Colombo – da La Repubblica – Fonte: https://www.repubblica.it/politica/2025/12/05/news/cannabis_light_emendamento_fdi_governo-425022772/?ref=-BH-I0-P-S1-T1

La norma nella manovra per permettere la vendita e aggirare la Consulta. Ma il governo la ferma

Il blitz resiste appena un paio d’ore. Sono quelle in cui le opposizioni denunciano la capriola del governo sulla vendita della cannabis light. È a quel punto che da Palazzo Chigi parte l’ordine: stop all’emendamento alla manovra di FdI che ripristina il commercio delle «infiorescenze fresche o essiccate e derivati liquidi» per uso «da fumo o da inalazione». Un controllo stringente sulla canapa con un thc – il principio attivo classificato come sostanza stupefacente – inferiore allo 0,5% dato che la proposta, a firma del senatore Matteo Gelmetti, affida «le modalità per la vendita» all’Agenzia delle Dogane e monopoli.

Cannabis light, dubbi di incostituzionalità sul divieto. Il ricorso del giudice: “Decida la Consulta”

Da droga a prodotto da fumo, ecco l’effetto collaterale della proposta che puntava a ben altro. A «contrastare la diffusione e la vendita di prodotti a base di cannabis light», come i meloniani si affrettano a chiarire quando i parlamentari di Pd, M5S, Avs e Più Europa festeggiano il passo indietro rispetto al decreto Sicurezza che ha introdotto il divieto di tutte le attività legate ai fiori di canapa. A prova della buona fede, il partito della premier cita la parte dell’emendamento che introduce una maxi-tassa del 40% sul prezzo di vendita al pubblico.

La proposta puntava anche a evitare una pronuncia della Corte costituzionale, che dovrà esprimersi sulla legittimità dell’articolo 18 del provvedimento che ha messo fuori legge anche la canapa con cbd, sostanza considerata non drogante e con una bassa presenza di thc. Era tutto pronto: l’introduzione, con la manovra, della nuova disposizione avrebbe tolto dal tavolo quella in vigore, rendendo impossibile la pronuncia dei giudici sulla richiesta sollevata dal gip di Brindisi. Anche i tempi giocavano a favore dei Fratelli, dato che la Finanziaria diventerà legge entro la fine dell’anno. Ma il piano è fallito. Anche per un’assenza di comunicazione tra FdI e Palazzo Chigi. Come Repubblica è in grado di ricostruire da un documento del governo, la presidenza del Consiglio ha comunicato il suo parere contrario al Mef il 30 novembre. Da qui la collocazione della proposta nella black list degli emendamenti da scartare: a pesare non solo la contrarietà di Chigi, ma anche quella dei ministri dell’Interno e della Salute. Tutti e tre hanno avanzato la stessa richiesta: cestinare il testo. Così sarà fatto. I meloniani ritireranno l’emendamento depositato al Senato. Dietrofront. Due volte. La cannabis light della destra resta illegale.

Canapa light, tribunali e Cassazione frenano il decreto sicurezza

Rassegna Stampa: di Redazione ITALIA OGGI del 20/11/2025 – Fonte: https://www.italiaoggi.it/diritto-e-fisco/diritto-e-impresa/canapa-light-tribunali-e-cassazione-frenano-il-decreto-sicurezza-k816zomo?refresh_cens

Crescono i sequestri di coltivazioni di canapa sativa, ma i magistrati evidenziano criticità nella normativa, sottolineando l’assenza di offensività quando i derivati non sono droganti. Presentato un ddl per chiarire le norme e proteggere oltre 3.000 imprese e 20.000 lavoratori da sequestri ingiustificati

Stop ai sequestri di intere coltivazioni di fiori di canapa sativa, imposto dal Decreto Sicurezza. La nuova normativa sta infatti generando grande incertezza nel settore, mettendo a rischio migliaia di imprese. La legge 242/16 che disciplina la coltivazione legale della canapa sativa, e che il Dl Sicurezza non ha cancellato, pare porsi in contrasto con le nuove disposizioni: “con l’approvazione del decreto Sicurezza (decreto-legge 11 aprile 2025, n.48) ci troviamo davanti a un quadro normativo carente, vuoto, che sta provocando una serie di conseguenze. La più grave è quella di non fare distinzione tra chi produce legalmente e chi produce invece in maniera illecita”, spiega la senatrice Sabrina Licheri, capogruppo in commissione Industria e attività produttive per il Movimento5Stelle, che ha presentato in Senato un progetto di legge (AS 1676) per cercare di mettere dei paletti all’attività di magistratura e forze dell’ordine e fare chiarezza su un comparto economico, quello della produzione di canapa sativa, disciplinato dalla legge 242/16, che coinvolge più di 3.000 imprese, oltre 20mila addetti con ricavi, compreso l’indotto, di circa 2 miliardi di euro. “Sono diventati sempre più numerosi i sequestri, e i relativi dissequestri di piante e infiorescenze perché rivelatisi poi assolutamente in regola. Intanto, però, i produttori e le aziende vedono pregiudicati mesi di lavoro, piante e ricavi. Non è accettabile. Le imprese e i lavoratori hanno bisogno di certezze e garanzie non di crociate ideologiche”.

.

La legge 242/16 e la coltivazione legale della canapa

La normativa italiana insomma, continua a vietare l’utilizzo di foglie e infiorescenze di cannabis, anche quando il principio attivo stupefacente si mantiene al di sotto dei limiti stabiliti dall’Unione Europea. Questo divieto, ha detto un paio di giorni fa il Consiglio di stato, contrasterebbe con le disposizioni europee che, invece, permettono la libera circolazione e l’impiego delle varietà agricole regolarmente iscritte nel catalogo comune europeo. L’articolo 18 del Decreto Sicurezza, introducendo il comma3-bis all’articolo 2 della legge 2 dicembre 2016, n.242, ha stabilito che «sono vietati l’importazione, la cessione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione e la consegna delle infiorescenze della canapa coltivata ai sensi del comma 1 del presente articolo, anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché di prodotti contenenti o costituiti da tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati. Si applicano le disposizioni sanzionatorie previste dal titolo VIII del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n.309. È consentita solo la lavorazione delle infiorescenze per la produzione agricola dei semi di cui alla lettera g-bis) del comma 2».

Lollobrigida aveva annunciato una circolare di interpretazione autentica

Lo stesso ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, rispondendo lo scorso 9 luglio a un question time alla Camera dei Deputati, aveva ammesso che ci sono dei dubbi interpretativi sull’art.18 e che avrebbe emanato una circolare di interpretazione autentica. La norma del decreto sicurezza, infatti, ribadisce divieti già esistenti, mentre “la coltivazione e la commercializzazione della pianta, nella sua interezza comprensiva quindi delle infiorescenze, è lecita e resta consentita per le finalità previste dalla legge”.

Il numero dei sequestri sono aumentati ma i tribunali li dichiarano inammissibili

Nonostante però le rassicurazioni del ministro, in questi mesi sono aumentati i sequestri di intere piantagioni, spesso accompagnati dalla distruzione preventiva delle piante, con conseguente apertura di procedimenti penali nei confronti degli esercenti senza accertare se i prodotti coltivati avessero o meno sviluppato sostanze droganti. Ed è proprio la mancanza di offensività in concreto l’elemento su cui i Tribunali stanno mettendo un freno, suffragati in questo dai giudici di Cassazione che di recente hanno ribadito “ampie criticità in punto di determinatezza ed offensività della condotta, con prefigurabilità di una (ri)lettura giudiziale dell’articolo 18 che possa escludere, sulla base del principio di concreta offensività della condotta la penale rilevanza dei fatti relativi alle infiorescenze prodotte dalla coltivazione di cannabis sativa per difetto dell’elemento dell’offesa, quando il derivato sia, in concreto, privo di efficacia drogante o psicotropa” (Relazione n. 33/2025 del 23-6-2025). In effetti, il sequestro preventivo di intere coltivazioni, avendo come immediata conseguenza l’apertura di un procedimento penale, comporta non solo oneri legali e produttivi per l’esercente, ma, se prolungato per mesi in attesa delle analisi di laboratorio, tempi non compatibili con la prosecuzione dell’attività di impresa.

La Svizzera vuole legalizzare la cannabis

Rassegna Stampa: 18 Novembre 2025 di Mario Catania – L’Indipendente – Fonte: https://www.lindipendente.online/2025/11/18/la-svizzera-vuole-legalizzare-la-cannabis/

La Commissione Federale per la Sanità svizzera ha approvato una legge per la legalizzazione della cannabis, che verrà discussa nei prossimi mesi. Il risultato è frutto di un percorso intrapreso dalla Svizzera oltre trent’anni fa e che l’ha portata, nel 2021, a iniziare a sperimentare la vendita controllata di cannabis ad uso adulto. Dopo i primi risultati positivi dei progetti pilota avviati in città come Basilea, Zurigo e Losanna, ora l’iter parlamentare per una legge nazionale di legalizzazione ha preso il via, con l’obiettivo dichiarato di tutelare la salute pubblica e i minori, riducendo il mercato nero e i rischi per la salute.

Correvano gli anni ’90 quando la Svizzera, da sempre liberale nei confronti della cannabis e del suo utilizzo, venne soprannominata la Giamaica delle Alpi. Senza nessuna regolamentazione particolare in Ticino diversi negozianti avevano iniziato a vendere infiorescenze di cannabis con livelli medio-alti di THC, come profumatori per armadi ed ambienti. Un’operazione resa possibile da un vuoto legislativo che aveva messo in moto due processi: la nascita del primo settore moderno su larga scala di produzione di cannabis, con serre e capannoni sterminati, e la gran parte dei contadini svizzeri trasformati nel giro di due anni in canapicoltori, e il flusso interminabile di “turisti”, specialmente italiani, che andavano oltreconfine per godere dei frutti della pianta delle meraviglie, non di rado cercando – con scarso successo vista la solerzia delle dogane – di riportare a casa un po’ di quelle verdi emozioni. L’esperimento durò pochi anni e fu stroncato da diverse procure che, di punto in bianco, arrestarono produttori e rivenditori. Ma il piglio antiproibizionista del Paese neutrale per eccellenza, che prospera nel cuore dell’Europa senza far parte dell’unione, non si è mai spento. E oggi, mentre diversi esperimenti di legalizzazione sono attivi in città come Zurigo, Berna, Basilea e Losanna, la Commissione federale per la Sanità, forte dei primi buoni risultati ottenuti, ha approvato una legge per la legalizzazione della cannabis, che si discuterà nei prossimi mesi.

Il 15 maggio del 2021 la legge federale svizzera sugli stupefacenti viene modificata per permettere studi pilota con la vendita controllata di cannabis ad uso adulto. Siccome però la legge prevede che venga utilizzata solo cannabis biologica espressamente prodotta nel Paese elvetico, la partenza vera e propria è il febbraio del 2023, con la città di Basilea, a cui hanno poi fatto seguito Zurigo, Losanna e altri, per un totale di 6 progetti ad oggi autorizzati. Il più grande è quello della città di Zurigo, che è appena stato rinnovato fino al 2028 e attualmente coinvolge 2300 persone che aumenteranno fino a 3 mila. Tutti i progetti prevedono la vendita, in farmacia o negozi appositi, di infiorescenze di cannabis, alcuni anche hashish, estratti, prodotti edibili e cartucce per le vape-pen. I partecipanti devono rispondere a diversi criteri (cittadinanza nel cantone, già consumatore di cannabis, etc). Dopo i colloqui per l’idoneità, si riceve una tessera di ammissione allo studio, che consente di accedere ai punti vendita autorizzati. Una volta selezionato, al partecipante viene assegnato un profilo da seguire: monitoraggio del consumo, questionari periodici e raccolta dati attraverso strumenti validati nella fase di ricerca.

Nel frattempo stanno già arrivando i primi risultati, come quelli del Grashaus Project, in corso a Basilea, dai quali si evince che la prima tendenza riscontrata è quella dello spostamento dei consumatori verso vendite regolamentate e metodi di consumo “a basso rischio”, come prodotti edibili ed estratti, con un calo del mercato nero fino al 50%. Il professor Michael Schaub, direttore scientifico dell’Istituto svizzero per le dipendenze, che dirige lo studio, ha commentato così: “Il fatto che abbiamo potuto registrare tali primi successi, anche grazie a una consulenza professionale mirata nei punti vendita, è uno sviluppo promettente. Perché l’obiettivo del progetto pilota, ovvero mettere a disposizione dei consumatori prodotti sicuri e di alta qualità provenienti da fonti controllate e quindi ridurre al minimo in particolare i rischi per la salute, è ovviamente sempre al centro dell’attenzione. Speriamo di destigmatizzare l’uso della cannabis e di creare una base basata sull’evidenza per l’ulteriore dibattito sulla legalizzazione in Svizzera”.

Nel frattempo però, senza nemmeno aspettare la fine di questi progetti sperimentali, che hanno una durata media di 5 anni, in Svizzera è stata approvata dalla Commissione federale una legge per la legalizzazione della cannabis. La fase di consultazione pubblica è stata aperta il 29 agosto e si è chiusa il primo dicembre 2025. Da lì è iniziata la discussione parlamentare, che durerà circa due anni, prima dell’approvazione finale. “La salute pubblica e la tutela dei minori dovrebbero essere al centro di una rinnovata politica sulla cannabis. Agli adulti dovrebbe essere garantito un accesso alla cannabis rigorosamente regolamentato”, si legge in un comunicato del Parlamento svizzero che spiega la bozza di legge, che prevede di rendere legale l’autoproduzione casalinga di cannabis, divieto di pubblicità e vendita ai minori e controlli rigorosi sulla qualità. Le novità riguarderebbero il fatto che lo Stato vuole assicurarsi che il sistema non generi incentivi commerciali al consumo. E quindi prevede dispensari nei vari cantoni, con apposita licenza, ma che per la vendita online si prospetta un unico sito gestito dal governo. Inoltre le vendite sono orientate verso un modello non-profit, regolato dallo Stato, che prevede che i profitti vengano reinvestiti “nella prevenzione, nella riduzione del danno e nel supporto alle dipendenze”. Altro discorso per coltivatori e produttori, per i quali “dovrebbe essere consentita la produzione commerciale a scopo di lucro”.

Avatar photo

Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

La cannabis light non è illegale: i tribunali smontano il decreto sicurezza

Rassegna Stampa: 17 Ottobre 2025 – Mario Catania – L’INDIPENDENTE – Fonte: https://www.lindipendente.online/2025/10/17/la-cannabis-light-non-e-illegale-i-tribunali-smontano-il-decreto-sicurezza/

Enrico stava montando il capannone per la festa del suo 35esimo compleanno in provincia di Belluno, e come regalo si è visto arrivare 12 agenti della polizia antidroga che l’hanno arrestato, trattandolo come un narcotrafficante. L’accusa? Quella di detenzione con fini di spaccio di stupefacenti, ma la realtà è ben diversa. Con la sua azienda, La Mota, da 8 anni Enrico coltiva canapa industriale con THC sotto i limiti di legge, italiani ed europei, con un’azienda registrata, pagando tasse e facendo fatture quando vende la propria merce. Gli agenti non hanno voluto nemmeno effettuare il campionamento per verificare tramite analisi scientifiche i livelli di THC delle piante, hanno sequestrato il campo e volevano procedere con l’incenerimento. Il tutto è stato bloccato dal tempestivo intervento del suo avvocato, Lorenzo Simonetti, di Tutela Legale stupefacenti, che ha portato la procura a scarceralo immediatamente, scrivendo nero su bianco che: «Trattandosi esclusivamente di infiorescenze di cannabis, fino a quando non saranno disponibili le analisi di laboratorio sulle sostanze sottoposte a sequestro, non è possibile neanche stabilire la gravità in concreto della condotta, non potendosi considerare determinante il mero dato ponderale».

Da agricoltori a criminali

Lo stesso giorno, il 10 ottobre, questa volta a Palermo, un altro agricoltore, che coltiva canapa industriale dal 2019, è stato arrestato ed è rimasto in carcere per due giorni. Qui il giudice ha convalidato l’arresto, ma non ha accolto la richiesta di misure cautelari come carcere o domiciliari. Nell’ordinanza di scarcerazione si può leggere che: «Allo stato, unitamente alla circostanza che non basta che si tratti di cannabis (più tecnicamente, non è sufficiente la conformità del prodotto al tipo botanico vietato dal T.U. Stupefacenti), bensì occorre sempre valutare l’effettiva capacità drogante del prodotto ceduto o detenuto (cfr. Cass. Pen., SSUU 12348/2019), impedisce di configurare, i gravi indizi del reato contestato».

Pochi giorni prima era toccato a un altro imprenditore agricolo, questa volta in Puglia. Dopo 3 giorni di carcere il Gip, giudice per le indagini preliminari, ha rigettato la richiesta di custodia cautelare in carcere del PM, ordinando invece l’immediata scarcerazione, senza nessuna misura cautelare. Nelle motivazioni, il giudice sottolinea che: «Allo stato non è affatto scontato che il materiale abbia efficacia drogante o psicotropa» e che, senza analisi scientifiche valide e tracciate, non sussistono gravi indizi di colpevolezza.

Un cortocircuito legislativo e giudiziario

Cosa sta accadendo? Dopo il decreto sicurezza, che vorrebbe considerare il fiore di canapa come uno stupefacente indipendentemente dai livelli di THC – un’impostazione cha fa a pugni con la scienza, con decine e decine di sentenze, e con lo stato di diritto, come è stato sottolineato da una relazione della Corte di Cassazione a inizio anno – procure un po’ troppo zelanti hanno fatto il passo che nessuno si aspettava: non più sequestri e processi, gli agricoltori di canapa vanno direttamente in carcere, senza nemmeno effettuare le analisi. Un’aberrazione del diritto, che porta in galera lavoratori onesti poi dipinti dalla stampa locale come dei novelli Pablo Escobar. Che però vengono puntualmente rimessi in libertà avvalorando il principio che le associazioni di settore portano avanti da anni: se non c’è efficacia drogante e per la prassi giurisprudenziale italiana deve essere sopra lo 0,5% di THC, non c’è reato.

Ecco perché gli avvocati insistono su un punto: prima di incidere sulla libertà personale o sull’operatività delle imprese, occorrono campionamenti in contraddittorio, catena di custodia, laboratori accreditati e misure conformi ai protocolli europei (campionamento rappresentativo, doppio campione per controanalisi, essiccazione entro 48 ore, determinazione cromatografica su campione a peso costante). E i giudici stanno dando ragione a loro, non al governo che ha voluto questa legge.

Torino, sequestro archiviato: “il fatto non sussiste”

Il problema è che, nonostante le continue e nette vittorie giudiziarie, le procure non si fermano. L’ultimo sequestro è avvenuto nei giorni scorsi a Forlì, dove sono stati confiscati oltre 250 chili di infiorescenze di cannabis light, per un valore commerciale di circa due milioni di euro.

Nei giorni precedenti la vittima designata era stata la città di Torino, dove però è già arrivata la prima archiviazione, in un processo iniziato a settembre. Il gip ha accolto la richiesta della procura perché “il fatto non sussiste”. E nello spiegare le motivazioni scrive: «Ciò che è emerso è la presenza di THC ma senza indicare una percentuale, per cui, essendo lecita la vendita di cannabis sativa purché con un contenuto di THC inferiore allo 0.6 %, potrebbe operare una causa di esclusione dell’antigiuridicità». Tradotto: la cannabis light, come sostengono associazioni, imprenditori, commercianti, e anche giudici, è legale se il THC è sotto i limiti di legge; è chiaro e logico per tutti, meno che per chi ci governa.

Europa e Italia

Intanto, in Europa, il Parlamento europeo ha approvato l’emendamento proposto dall’eurodeputata Cristina Guarda di AVS che considera la canapa come un prodotto agricolo, legale in ogni sua parte, fiore compreso, con THC fino allo 0,5%. Il prossimo passo sarà la discussione al Consiglio europeo con i vari Stati membri. «L’Europa manda un segnale chiaro: la canapa non è un tabù, ma una risorsa strategica per la transizione ecologica e per la competitività delle nostre campagne», ha sottolineato, chiedendo al governo di «abbandonare l’oscurantismo del decreto sicurezza e riconoscere finalmente dignità e prospettive a un settore che chiede solo regole certe per crescere». Da noi, invece, è arrivato l’ennesimo appello di Confagricoltura che, come le altri grandi associazioni agricole, in questa battaglia si è da subito schierata in favore della pianta a sette punte. L’associazione chiede al ministero dell’Interno «l’adozione urgente di un Atto di Interpretazione Autentica, che confermi in modo inequivocabile la piena liceità delle attività legate alla canapa industriale». Lo scopo? «Garantire agli operatori del settore la sicurezza giuridica necessaria per continuare a lavorare, evitando blocchi produttivi o sanzioni ingiustificate».

Avatar photo

Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

La cannabis light vince ancora: tre tribunali smontano il decreto sicurezza

Rassegna Stampa: 15 ottobre 2025 di Giulio Cavalli – DOMANI – Fonte: https://www.editorialedomani.it/politica/italia/cannabis-light-sentenze-decreto-sicurezza-controlli-scientifici-fc6lamku

Tre tribunali hanno dato torto al governo Meloni nel giro di 48 ore

Da Palermo a Torino, i giudici bocciano l’approccio repressivo del governo: servono prove scientifiche, non arresti a vista. In assenza di prove sull’efficacia drogante, la canapa resta legale

Nel giro di quarantotto ore tre tribunali italiani – Palermo, Belluno e Torino – hanno dato torto al governo Meloni sulla canapa industriale. Le pronunce, tutte depositate tra il 12 e il 14 ottobre, smentiscono l’impianto del decreto sicurezza che aveva equiparato la cannabis light agli stupefacenti, imponendo una stretta che da mesi paralizza il settore agricolo e commerciale. I giudici hanno ribadito un principio elementare: senza analisi di laboratorio che certifichino la presenza di Thc oltre i limiti di legge, non esiste alcun reato.

A Belluno, la procura ha disposto la scarcerazione immediata di un coltivatore arrestato il 10 ottobre, precisando che «non risultano indici univoci di spaccio» e che il solo peso del materiale non può fondare accuse di traffico. Il decreto di liberazione, emesso ex art. 121 disp. att. c.p.p., chiarisce che fino all’esito di accertamenti tecnico-analitici «non è possibile stabilire la gravità in concreto della condotta». Analoga la posizione del tribunale di Palermo, che ha annullato il sequestro di infiorescenze in un’azienda agricola: il giudice ha escluso l’esistenza di prove sull’efficacia drogante e ha ricordato che la conformità botanica non basta per configurare un illecito. A Torino, infine, il pubblico ministero ha chiesto e ottenuto l’archiviazione di un procedimento per vendita di canapa light perché «il fatto non sussiste»: i test avevano rilevato la presenza di Thc, ma senza indicarne la percentuale.

Conta la verifica

In tutti e tre i casi, i magistrati si sono richiamati alla relazione n. 33/2025 dell’Ufficio del Massimario della Cassazione, secondo cui l’articolo 18 della legge 80/2025 non introduce un divieto assoluto, ma ha valore puramente ricognitivo rispetto al quadro preesistente. La legge insomma deve essere interpretata in modo conforme alla Costituzione e al diritto dell’Unione europea, imponendo la verifica “tecnico-scientifica dell’offensività in concreto”.

Il dato scientifico diventa dunque il discrimine tra lecito e illecito. I narcotest di campo, usati di routine dalle forze dell’ordine, sono stati ritenuti strumenti non idonei perché rilevano genericamente la presenza di cannabinoidi, dando quasi sempre esito positivo anche per prodotti legali. Senza una quantificazione del Thc attivo – misurato dopo la decarbossilazione e in contraddittorio con il produttore – non è possibile privare un cittadino della libertà personale né bloccare un’attività economica.

I giudici indicano una strada uniforme: campionamento rappresentativo, doppio campione per controanalisi, catena di custodia, analisi presso laboratori accreditati e misura del Thc “attivo” su campione a peso costante. È la sequenza minima per evitare sequestri «a vista» e procedimenti destinati a cadere all’esito delle verifiche, con costi a carico dei contribuenti e danni alle aziende agricole.

Il presidente di Canapa Sativa Italia, Mattia Cusani, parla di una svolta attesa: «Le corti stanno riconoscendo che la legge 80 è solo ricognitiva della normativa già esistente e delle Sezioni Unite del 2019. Quello che era legale resta legale, quello che era illegale resta illegale». Cusani segnala dissequestri imminenti, cause civili di accertamento in più distretti e il contenzioso ancora aperto sulle “officinali”, cioè sulla non inclusione della canapa tra le piante medicinali autorizzate alla coltivazione e trasformazione. Una questione che il Consiglio di Stato dovrà chiarire nelle prossime settimane, dopo che la categoria ha vinto in primo grado.

Italia esportatrice

Il settore, come ricorda la giurisprudenza più recente e gli atti di causa, non è un’anomalia: parliamo di una filiera agricola e para-industriale che negli ultimi anni ha mobilitato investimenti, occupazione e indotto, con l’Italia tra i principali esportatori europei. La chiusura del canale infiorescenze drenerebbe centinaia di milioni e migliaia di posti di lavoro, senza alcun beneficio misurabile in termini di sicurezza pubblica: i precedenti di Trento e di altre corti mostrano che sotto lo 0,3 per cento di Thc «non sussistono rischi tali da giustificare un divieto assoluto». Anche per questo la stessa Cassazione ha richiamato il principio di proporzionalità e l’offensività in concreto come bussola per le Procure.

Le decisioni di Palermo, Belluno e Torino arrivano a un anno dal decreto voluto dai ministri Piantedosi e Lollobrigida, che aveva equiparato le infiorescenze di canapa agli stupefacenti. Già a settembre, il tribunale di Trento ha affermato che un contenuto di Thc inferiore allo 0,6 per cento «non comporta rischi tali da giustificare un divieto assoluto di commercializzazione». Ora le nuove ordinanze consolidano una giurisprudenza che sposta il baricentro dall’ideologia alla verifica scientifica, mentre a Bruxelles avanza l’armonizzazione: l’uso dell’intera pianta in ambito agricolo e una soglia Ue più coerente con il mercato interno sono all’ordine del giorno.

Per Cusani, «le istituzioni italiane stanno solo prendendo tempo». Intanto, però, i tribunali chiedono metodi, non slogan: niente automatismi punitivi, sì a controlli seri e comparabili in tutta Italia. In assenza di prove sull’efficacia drogante, la canapa resta legale. E il decreto sicurezza, ancora una volta, vacilla sotto il peso dei fatti e delle sentenze.

𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗻𝗮𝗽𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶

Rassegna Stampa: 14 Ottobre 2025 Tratto da FACEBOOK di VALENTINA CERA di AVS

❗️

 𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗻𝗮𝗽𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶.
Oggi in presidio sotto il Consiglio regionale.

A Torino e provincia i negozi di cannabis legale vengono perquisiti, i prodotti sequestrati, le persone denunciate come spacciatori.
Tutto questo a causa dell’articolo 18 del DL Sicurezza, che distrugge un intero settore economico in nome della propaganda proibizionista di questa destra.

🗣

 “Sono entrati nel mio negozio, hanno sequestrato tutto e mi hanno denunciato per spaccio. Avevo le fatture, le analisi, tutto in regola.”

🗣

 “Mi hanno trattato come un criminale davanti ai clienti. Non sono uno spacciatore, sono un lavoratore.”

Queste sono solo alcune delle testimonianze che ho raccolto da chi lavora nella filiera della canapa. Persone oneste, con un’attività regolare, lasciate in un limbo legislativo e abbandonate dalla Regione Piemonte, che non ha ancora attivato il tavolo di crisi richiesto da mesi.

In Piemonte sono circa 1000 gli operatori che rischiano di perdere il lavoro.
Con un nuovo Question Time in Aula, ho chiesto alla Giunta regionale di:

🔹

 tutelare questi lavoratori e lavoratrici;

🔹

 attivare subito ristori per le attività colpite;

🔹

 smettere di distruggere un settore legale, ecologico e in piena espansione.

💬

 I negozianti di canapa non sono spacciatori: sono lavoratori, artigiani, imprenditori che pagano le tasse e chiedono solo di poter continuare a lavorare.

👉

 Basta persecuzioni, basta propaganda.
Fermiamo questa follia ideologica che danneggia l’economia legale e favorisce la criminalità.

Una canna in consiglio regionale per difendere i lavoratori della canapa legale

Rassegna Stampa: 14 Ottobre 2025 di Andrea Gatta – La Repubblica – Fonte: https://torino.repubblica.it/cronaca/2025/10/14/news/canna_consiglio_regionale_piemonte_canapa_legale-424912515/

La polemica in consiglio regionale sfocia nella canna, con inflorescenza legale, girata dalla capigruppo M5S Sarah Disabato mentre illustra la sua interrogazione in difesa dei lavoratori della canapa, nonostante le rimostranze del presidente di turno, Il leghista Fabio Carosso. “Non ha effetto drogante ribatte l’esponente M5S -. Prima del decreto sicurezza questo prodotto si trovava nei negozi di cannabis light e self service”. Davanti a Palazzo Lascaris una delegazione di negozianti, accompagnati dalla consigliera Avs Valentina Cera, protesta invece contro sequestri e denunce subiti nelle ultime settimane a Torino e provincia. Arriva in Regione il caso dell’art. 18 del dl sicurezza, che ha istituito il divieto per tutte le attività legate ai fiori di canapa, inclusi gli utilizzi leciti. Sono 1000 i lavoratori del settore a rischio, “trattati da criminali in nome di una bieca propaganda ideologica” secondo la denuncia di Cera, che a sua volta ha presentato un question time. La Regione, aggiunge, “aveva promesso l’istituzione di un tavolo e invece sta a guardare”. “È Incredibile – ribadisce poi Disabato – che la giunta regionale non prenda posizione per difendere gli operatori del settore della canapa e le imprese vessate a seguito dell’articolo 18 del decreto Sicurezza”.

Canapa, i silenzi di Prandini e Coldiretti dopo le critiche al decreto Sicurezza. E i coltivatori sono indagati per droga

Rassegna Stampa: 30 Settembre 2025 di Paolo Dimalio – CRONACA da Il Fatto Quotidiano – Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/09/30/canapa-industriale-sequestri-indagini-coltivatori-news/8140274/

Contro la norma per vietare la cannabis light, il presidente tuonava: “Non lasceremo soli i nostri imprenditori, a costo di arrivare nelle sedi giudiziarie”. Era il 14 novembre 2024: da allora il silenzio, per non compromettere il dialogo con il governo

Tace Coldiretti sulla canapa industriale, mentre gli agricoltori sono colpiti da sequestri e indagati per droga. Tanto da indurre la senatrice pentastellata Sabrina Licheri ad interpellare il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida: “Intere piantagioni di canapa distrutte” dalle forze dell’ordine, “prima ancora di verificarne l’effetto drogante”, ha denunciato la parlamentare. Rischiano 20 anni di galera, i coltivatori, per via del decreto Sicurezza ispirato dal braccio destro di Giorgia Meloni, Alfredo Mantovano.

Era il 14 novembre 2024, quando Ettore Prandini (presidente Coldiretti) annunciò “un’interlocuzione col sottosegretario”, auspicando la modifica dell’articolo 18, la norma per bandire le infiorescenze e radere al suolo il mercato della cannabis Light. Il numero 1 dell’associazione lanciò l’appello a Mantovano dal convegno romano di palazzo Rospigliosi, scandendo l’avviso per palazzo Chigi: “Non lasceremo soli i nostri imprenditori di canapa, a costo di arrivare nelle sedi giudiziarie”. Invece l’associazione degli agricoltori, vicina al governo Meloni, si tiene distante dai tribunali e da tempo è muta. Dietro le quinte, prova a mediare con il governo nell’interesse dei coltivatori. Fino ad ora, con scarsi risultati: basta parlare con gli imprenditori indagati e colpiti dai sequestri.

Eppure Prandini, al convegno novembrino di palazzo Rospigliosi nella Capitale, era stato chiaro: “Chiudere le attività produttive e soprattutto il futuro di migliaia di giovani noi lo riteniamo assolutamente inconcepibile”. Ne aveva ben donde: in gioco ci sono 30mila lavoratori, 150 milioni di gettito fiscale per un fatturato di 500 milioni l’anno. Di colpo, grazie al decreto del governo il 4 aprile, le imprese hanno dovuto annullare ordini di esportazione per il 90% del mercato delle infiorescenze. Anche per queste ragioni, il 23 giugno scorso il massimario della Cassazione ha sollevato seri dubbi di legittimità costituzionale.

Profondo scetticismo l’aveva espresso anche Coldiretti. La newsletter del primo agosto 2024, con la norma appena approvata in Commissione, titola: “A rischio la sopravvivenza di un intero settore”. Il catenaccio invoca la tutela di “tutte quelle aziende che hanno legittimamente investito nella canapa”. Il 12 settembre 2024 Montecitorio approva l’articolo 18 e la newsletter apre così: “La Camera affossa la sopravvivenza del settore”. L’ultimo acuto è del 14 novembre: “Ddl Sicurezza cancella filiera da mezzo miliardo, canapa italiana chiede modifica della legge”. È il giorno del convegno a palazzo Rospigliosi, con Prandini ad annunciare l’incontro, “in tempi brevi”, con Alfredo Mantovano. Da allora la canapa è sparita dai comunicati firmati Coldiretti. L’unica eccezione è a ridosso dell’approvazione del decreto Sicurezza, il 5 aprile, con l’auspicio della retromarcia a Chigi grazie ad “un confronto istituzionale, evitando di compromettere, definitivamente, un comparto agricolo strategico”.

Il confronto istituzionale, a dire il vero, era già iniziato il 14 novembre. Il presidente della commissione agricoltura – il fratello d’Italia Luca De Carlo – aveva espresso la disponibilità a mediare con il governo, per istituire un tavolo tecnico ed emendare il famigerato articolo 18. La soluzione è stata valutata: salvare gli agricoltori della canapa e mandare a picco i negozi di cannabis light, vietando solo l’uso ricreativo. Non se ne è fatto nulla. Ma il governo ha rassicurato i coltivatori in tutti modi. Il filo tra Chigi e Coldiretti, sulla canapa, pare sia ancora integro. L’associazione guidata da Prandini non ha cambiato idea: l’articolo 18 deve essere modificato per tutelare i coltivatori.

Ma è consigliato abbassare i toni, mitigare il dissenso pubblico. Sulla canapa qualcuno avrebbe preferito alzare la voce invece ha taciuto. Perché i tavoli di confronto, tra la sigla degli agricoltori e palazzo Chigi, sono numerosi ed evitare rotture è imperativo. Il 26 settembre sotto il vessillo Coldiretti è sceso in piazza il popolo del grano, contro i “trafficanti” colpevoli di prediligere il “prodotto straniero, per far crollare i prezzi di quello italiano”. Non una parola sul governo Meloni, nel comunicato dell’associazione: il bersaglio sono misteriosi “speculatori”. Mentre le grane degli agricoltori si moltiplicano, a leggere la newsletter di Coldiretti: dazi, Mercosur, concorrenza sleale contro coltivatori di riso e florovivaisti. Ma i responsabili sono solo a Bruxelles, mai a Roma.

Blitz nelle rivendite di cannabis light a Torino: sequestrate tonnellate di infiorescenze, negozianti rischiano fino a 20 anni di carcere

Rassegna Stampa: del 24 settembre 2025 di Ludovica Lopetti – Corriere Della Sera – Fonte: https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/25_settembre_24/maxi-blitz-nelle-rivendite-di-cannabis-light-a-torino-sequestrate-tonnellate-di-infiorescenze-negozianti-rischiano-fino-a-20-3794e6fb-beac-4f0d-b1c7-2b344be47xlk.shtml

Una nuova ondata di perquisizioni e sequestri ha colpito decine di rivendite di cannabis light tra Torino e provincia, i primi dopo la stretta varata dal governo. I poliziotti hanno sequestrato diverse tonnellate di infiorescenze, ma anche prodotti a base di canapa come creme, oli e tisane. Stavolta nel mirino della procura sono finite le scorte stoccate nel retrobottega dei negozi in attesa di essere smaltite.

 L’articolo 18 del decreto Sicurezza infatti ha reso punibile penalmente la produzione e il commercio dei fiori di canapa, mettendo i commercianti davanti a un bivio: molti hanno pensato di abbassare la saracinesca per mettersi al riparo da contestazioni, altri hanno continuato a vendere i prodotti non colpiti dal divieto, come fertilizzanti e semi. Una scelta che ora rischia di costare loro cara: diversi risultano indagati per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Rischiano la reclusione da sei a venti anni o la multa da 26 mila fino a 260 mila euro. E pazienza se il decreto Sicurezza non ha indicato ai rivenditori come disfarsi della merce che non può più essere venduta. 

In questa zona grigia, ciascuno ha fatto come meglio credeva: alcuni l’hanno sigillata in sacchi di nylon, altri l’hanno lasciata in esposizione con la dicitura «in attesa di smaltimento». Lunedì i negozianti coinvolti (difesi dall’avvocato Beatrice Rinaudo) sono stati portati negli uffici della questura, dove la merce in sequestro è stata pesata e sottoposta ai test rapidi che rilevano il thc, il principio psicoattivo. A poco è servito esibire esami di laboratorio, certificazioni e fatture.

La nuova inchiesta arriva dopo che pochi giorni fa una procura ligure ha restituito a un agricoltore, indagato anch’egli per commercio di stupefacenti, 57 piante, 90 confezioni di olio di canapa e 5 chili di infiorescenze perché risultati privi di «efficacia drogante». È stato il primo provvedimento di dissequestro delle infiorescenze dopo il dl Sicurezza. A luglio era stata la stessa procura di Torino a chiedere e ottenere l’archiviazione di un’altra inchiesta sulla canapa industriale, parlando di «attività commerciale essenzialmente lecita».

«Anche in quel caso tutti i prodotti sono risultati legali e certificati, ma i sequestri hanno messo in ginocchio decine di aziende, alcune delle quali costrette a chiudere — commenta Luca Fiorentino, referente piemontese dell’associazione Canapa Sativa Italia —. Ora ci risiamo. Tutto questo appare surreale e sembra assumere i contorni di una vera e propria persecuzione».