Parla la donna malata di tumore che è stata convocata in caserma: “Era l’ultimo weekend libero prima della chemio, è stato uno stress notevole. Soffro di forti dolori, ho bisogno di alleviarli”
«Tra pochi giorni inizio la chemioterapia e ieri era l’ultima domenica in cui avrei potuto avere le forze per stare insieme a mio figlio di 4 anni, anche solo sul divano a guardare i cartoni animati. Invece ho dovuto passarla dai carabinieri, trascinando il mio deambulatore, per giustificare una terapia che lo Stato mi ha prescritto ma che non è in grado di garantirmi». Parla la quarantenne piemontese, affetta da un tumore e da una patologia rara, che utilizza cannabis terapeutica, regolarmente prescritta, e che ieri ha dovuto trascorrere due ore in una caserma dei carabinieri.
Quando ha ricevuto la telefonata di convocazione, qual è stato il suo pensiero?
«L’ho ricevuta sabato e mi sono agitata moltissimo. Per legge non potevano anticiparmi l’argomento al telefono. Per una persona fragile come me, tutto questo non aiuta: mi agito facilmente e, nella mia situazione, lo stress emotivo si traduce in un peggioramento dei sintomi. Avendo letto i giornali nei giorni scorsi, ho capito».
Che cosa ha provato, fisicamente e psicologicamente, nel sostenere più di due ore di colloquio?
«Per me è stato uno sforzo immane. Da un anno e mezzo vivo nell’ingiustizia di non ricevere la terapia fornita dall’Asl, così come spetterebbe per legge. Invece di sentirmi protetta da uno Stato che interviene per sanare questa ingiustizia, mi sono trovata quasi a dovermi giustificare perché non ricevo i farmaci e sono costretta a cercarli altrove. I carabinieri sono stati gentilissimi, molto rispettosi. Ma in un mondo giusto, al posto mio, in caserma doveva esserci chi in Regione Piemonte e nelle direzioni sanitarie si occupa di terapia del dolore. La domanda: perché non le fornite queste cure?».
Quanto le costa ogni mese curarsi?
«Spendo circa 300 euro al mese. Nel 2025 ho superato i 3 mila euro di spese sanitarie a mio carico».
Se questo canale di spedizioni a domicilio dovesse bloccarsi lei cosa farà?
«Non posso smettere di curarmi. Il dolore a volte è talmente forte da non concedermi tregua. Ci sono tanti momenti in cui scelgo di andare avanti solo perché ho dei figli. Lo Stato non può toglierci anche l’ultima possibilità di sollievo. Spero che la mia testimonianza aiuti a superare il pregiudizio che ancora esiste su questa terapia».
La quarantenne piemontese costretta a andare in caserma come persona informata sui fatti per via di un’inchiesta su una farmacia che spediva gli stupefacenti a domicilio. Cera (Avs): “Clima da caccia alle streghe, impossibile accedere alle cure in buona parte del Piemonte”
È arrivata trascinando un carrellino, con il collo bloccato da un collare e la schiena sorretta da un tutore rigido. Dispositivi medici che per lei, quarantenne piemontese affetta da un tumore e da una patologia rara, sono compagni di una quotidianità segnata dal dolore. Ieri è stata convocata in caserma in provincia di Torino come “persona informata sui fatti”. Reato ipotizzato? Nessuno, per lei. La sua colpa è essere una paziente che utilizza cannabis terapeutica, regolarmente prescritta.
Oltre due ore di colloquio. Le domande: Perché la assume? Quali patologie ha? Chi è il suo medico? Richieste che — secondo la consigliera regionale di Avs, Valentina Cera, che l’ha accompagnata — smantellano il diritto all’anonimato sanitario, costringendo una cittadina fragile a giustificare davanti alle forze dell’ordine la terapia prescritta dallo Stato. Il caso torinese è solo la punta di un iceberg che ha travolto centinaia di malati in tutta Italia: anziani al terzo stadio tumorale, donne con sclerosi multipla, giovani che lottano contro l’anoressia. Emergono, inoltre, nelle ultime ore segnalazioni di convocazioni analoghe in diverse zone del Piemonte, che coinvolgerebbero anche ultrasettantenni.
Tutto parte da un blitz dei Nas in una farmacia di Ferrara che spedisce i preparati in tutta Italia. Secondo quanto filtra da fonti investigative, gli inquirenti ipotizzano che alcune spedizioni siano avvenute senza ricetta, ma il vero nodo è più profondo: la consegna a domicilio di sostanze stupefacenti, seppur a uso medico, è vietata alle normali farmacie da una circolare del ministero della Salute del 2020, blindata successivamente da una sentenza del Consiglio di Stato. La consegna può avvenire solo tramite “enti o imprese autorizzate”, categoria in cui le farmacie non rientrano.
In Italia, solo mille farmacie su 21 mila trattano la cannabis medica. In larghissime parti del territorio piemontese, trovarla — spiegano i pazienti — è impossibile. Chi ha diritto all’erogazione gratuita dal Servizio sanitario nazionale si trova davanti a un vicolo cieco: o interrompe la terapia, o spende centinaia di euro al mese nel mercato privato, ordinandola da farmacie che la spediscono a casa.
«Siamo di fronte a un clima infame di sospetto — denuncia la consigliera Valentina Cera — a una caccia alle streghe alimentata dal dibattito sul Dl Sicurezza». Il controsenso: lo Stato prescrive la cura, non la garantisce sul territorio, vieta di riceverla a domicilio e, infine, sempre lo Stato convoca il malato in caserma. «Mi chiedo — aggiunge Cera — com’è possibile che si possa chiedere anche solo un elenco di pazienti. Mi rivolgo poi all’assessore alla Sanità Federico Riboldi: non è possibile che non ci sia accesso a queste terapie in larghe parti del territorio piemontese e che chi ne ha diritto debba pagarseli e finisca anche in caserma».
Cera annuncia che porterà la vicenda in Consiglio regionale. «Se servisse a garantire il diritto alla cura di queste persone — conclude — sarei pronta perfino a mettere a disposizione il mio ufficio istituzionale presso il Consiglio regionale per ricevere le spedizioni dei medicinali destinati ai pazienti».
A Torino, si consuma una vicenda che solleva interrogativi profondi sul rapporto tra diritto alla salute, giustizia e tutela dei minori. Una storia che, più che di legalità, sembra parlare di sproporzione, rigidità e, per molti aspetti, di ingiustizia.
Un padre, affetto da problemi alla schiena e in possesso di regolare prescrizione medica per cannabis terapeutica, si trova oggi privato della responsabilità genitoriale e separato dalle sue due figlie, di appena uno e quattro anni. Non per spaccio, non per violenze, non per abbandono. Ma per aver coltivato autonomamente la sostanza necessaria a curarsi.
La “colpa” di curarsi
La vicenda nasce da una difficoltà concreta: l’impossibilità di reperire con continuità cannabis terapeutica in farmacia. Quando disponibile, racconta, spesso si trattava di materiale di scarsa qualità. Da qui la decisione di autoprodurre una quantità limitata — circa 80-100 grammi ogni tre mesi — destinata esclusivamente al proprio fabbisogno personale.
Una produzione domestica organizzata con attenzione: uno spazio dedicato, sistemi di aerazione, coltivazione chiusa e sotto chiave, sostanza conservata in una scatola con chiusura numerica. Nessuna prova di cessione a terzi, nessun elemento che facesse pensare allo spaccio.
Eppure, questo è bastato.
Dalla perquisizione alla rottura familiare
All’alba di un giorno qualunque, la perquisizione. Nel giro di poche ore, mentre l’uomo si trovava in stato di fermo, i servizi sociali erano già pronti a intervenire per sottrarre le bambine alla famiglia, ricorrendo a un provvedimento d’urgenza (art. 403).
Un tentativo che, fortunatamente, non si è concretizzato solo grazie alla presenza della madre — incensurata, e ancora in fase di allattamento — che ha impedito l’allontanamento immediato delle figlie.
Ma il danno era ormai fatto.
A entrambi i genitori viene sospesa la responsabilità genitoriale. Il padre non può vedere le figlie per mesi. La madre viene addirittura collocata per un periodo in una casa famiglia, nonostante — come lei stessa racconta — anche le operatrici si chiedessero quale fosse il motivo della sua presenza lì.
Una decisione che lascia sgomenti
Secondo quanto riferito dal padre, persino assistenti sociali e giudice avrebbero riconosciuto, almeno a parole, l’assenza di condizioni gravi tali da giustificare un intervento così drastico. Eppure, il provvedimento è stato confermato.
Una delle motivazioni? Il rischio che, tra cinque o sei anni, le bambine possano venire a contatto con la sostanza. Un’ipotesi futura, potenziale, utilizzata per giustificare una separazione reale e immediata.
Nel frattempo, il padre ha sospeso la terapia, pur di dimostrare la propria “idoneità”. Ma non basta. Gli viene richiesto anche di sottoporsi a ulteriori valutazioni presso il centro di salute mentale, sulla base di un percorso psicologico intrapreso anni prima per attacchi di panico post-Covid.
Il dolore dei figli, ignorato
Le conseguenze emotive sono devastanti. La figlia più piccola piange durante le videochiamate — consentite solo di recente — mentre la maggiore, per settimane, ha pianto ogni sera per l’assenza del padre.
Immagini di disperazione che abbiamo potuto osservare e che non vi mostreremo per tutelare la privacy di tutta la famiglia. Resta un dolore che non sembra trovare spazio nelle valutazioni istituzionali.
Come se non bastasse, il padre in questione afferma che, nel corso del procedimento, il giudice avrebbe suggerito l’assunzione di farmaci oppioidi in alternativa alla cannabis terapeutica, ritenendoli – a suo dire – meno pericolosi in presenza di minori e tali da non comportare alcuna criticità sotto il profilo genitoriale.
Dichiarazioni che suscitano profonda inquietudine e mettono seriamente in discussione il senso di responsabilità e il buon senso.
Tutto questo mentre..
Il caso assume contorni ancora più paradossali se inserito nel contesto territoriale. Nella stessa zona, racconta il padre, lo spaccio di crack avviene alla luce del giorno, tra indifferenza e impotenza generale. Situazioni ben più gravi — anche con minori coinvolti — non sembrano ricevere la stessa attenzione.
Eppure, il “pericolo” identificato dalle autorità è un genitore che si autoproduce una terapia prescritta, in un ambiente controllato e senza alcun riscontro di attività illecite verso terzi.
“Spero solo che, una volta riottenuta pienamente la mia genitorialità e tornato accanto alle mie bambine — che restano la mia priorità assoluta — io possa anche riprendere la mia terapia. È qualcosa di importante per me, ma viene dopo di loro.”
“Allo stesso tempo, ho maturato la convinzione che mi trasferirò in un Paese in cui io e le mie figlie potremo essere maggiormente tutelate e vivere con più serenità.” Conclude il genitore indagato.
Quando la legge diventa cieca
Questa storia pone una domanda scomoda ma necessaria: può uno Stato definirsi giusto quando arriva a separare un padre dalle proprie figlie per aver cercato di curarsi?
Quando la rigidità normativa ignora il contesto, quando la prevenzione si trasforma in punizione, quando il principio di tutela dei minori viene applicato in modo astratto e sproporzionato, il rischio è quello di generare più danno che protezione.
Qui non si tratta di negare l’importanza dei controlli o della sicurezza. Ma di interrogarsi su dove si collochi il limite tra legalità e giustizia.
Perché se curarsi diventa una colpa, allora il problema non è più il singolo caso. È il sistema.
È l’effetto immediato delle nuove regole imposte dal governo: migliaia di esercizi commerciali non rinnovano la licenza e cessano l’attività
La stretta normativa sulla cannabis decisa dalle autorità thailandesi produce i primi effetti concreti sul territorio. Oltre 7mila negozi hanno chiuso i battenti dopo aver rinunciato al rinnovo della licenza, segnando un brusco ridimensionamento di un settore cresciuto rapidamente dopo la depenalizzazione del 2022. Secondo i dati diffusi dal ministero della Salute pubblica, al 28 dicembre 2025 i punti vendita di cannabis attivi nel Paese erano 18.433. Alla fine dell’anno sono, però, scadute le licenze di 8.636 esercizi: soltanto 1.339 hanno provveduto al rinnovo, mentre 7.297 hanno scelto di cessare l’attività. Il numero complessivo dei negozi operativi è così sceso a 11.136.
Le chiusure stanno avendo un forte impatto economico, in particolare sui piccoli imprenditori. Le stime parlano di perdite per decine di milioni di baht legate a investimenti già effettuati per affitti, ristrutturazioni, acquisto di attrezzature e manodopera. Molte delle attività coinvolte erano nate dopo il 9 giugno 2022, data della depenalizzazione della cannabis. A determinare il cambio di rotta è stata la nuova linea politica del governo guidato dal Pheu Thai, che ha vietato l’usoricreativo della marijuana, limitandone l’impiego a scopi medici e di ricerca. Una scelta accompagnata da una direttiva ministeriale che ha reso più complessa la conformità alle regole.
Tra i requisiti più stringenti figura l’obbligo per i negozi di avere in sede un medico o un operatore di medicina tradizionale autorizzato e registrato. Una condizione che molti esercenti non sono riusciti a soddisfare, accelerando la decisione di chiudere.
PECHINO – Era stato uno dei temi durante la campagna elettorale dello scorso anno con i partiti, i più conservatori, a mettere in guardia sul fatto che l’erba “danneggia i nostri giovani”. Da quando è diventato primo ministro, Srettha Thavisin ha continuato su questa strada facendo della lotta alla “marijuana” uno dei suoi cavalli di battaglia: “L’abuso di droghe è un grande problema per la Thailandia: la cannabis deve essere usata solo a livello medico”. Così, con una giravolta rispetto ad un anno e mezzo fa – e per mettere delle toppe alla legge attuale – il Pheu Thai, il partito al governo, ha presentato una bozza di legge per vietare l’uso ricreativo della cannabis e limitarlo solamente a quello medico. Il governo sta chiedendo il parere dell’opinione pubblica: i cittadini avranno tempo per esprimersi fino al 23 gennaio, dopodiché l’esecutivo la sottoporrà al Parlamento.
Previste multe fino a 60mila baht (1.500) per l’uso ricreativo, mentre le campagne pubblicitarie o di marketing relative a tale uso potrebbero comportare pene detentive fino a un anno o multe fino a 100mila baht (2.600 euro).
Da quando nel giugno del 2022 la Thailandia ha tolto la cannabis dalla lista dei narcotici liberalizzando le regole su coltivazione, consumo, possesso e vendita – primo Paese asiatico a farlo – negozi dalle vetrine con insegne abbaglianti con la foglia verde a cinque punte, scritte a caratteri cubitali come “Enjoy your weed”, ristoranti a tema “marijuana” e festival sono cresciuti come funghi per le strade di Bangkok e in altre città del Paese: un’industria dell’erba che nei prossimi anni avrebbe raggiunto – secondo gli analisti – 1,2 miliardi di dollari. Nemmeno con la legge attuale per strada si può fumare liberamente, ma il regno thai sta (o, d’ora in avanti, stava) diventando la nuova mecca dell’erba.
La bozza di legge non prevede il ritorno della pianta nella lista dei narcotici, tuttavia rappresenta una serissima preoccupazione per i coltivatori, i negozianti e le aziende che si erano lanciate in questo business: che vendono di tutto, dai vasetti di marijuana agli oli, dalle creme e caramelle gommose al gusto erba fino ai prodotti da forno che, secondo la legge attuale, non devono contenere più dello 0,2% di tetraidrocannabinolo. Più alto lo si trova in giro per l’erba pura: finora il contenuto di Thc nei fiori grezzi non è ancora stato controllato o regolamentato.
La bozza prevede un inasprimento delle norme sulle licenze per la coltivazione, la vendita, l’esportazione e l’importazione di cannabis, con l’obbligo per gli attuali coltivatori, fornitori o aziende collegate di avere o richiedere nuove licenze o permessi – per non incorrere in pesanti pene detentive o multe. Le regole affrettate e frammentarie adottate dopo la depenalizzazione di un anno e mezzo fa avevano cercato di limitare il consumo di cannabis, lasciando però delle scappatoie per l’uso ricreativo. Secondo la legislazione attuale è vietato fumare in pubblico, ma non ci sono limitazioni al fumo o all’uso di prodotti a base di cannabis a scopo ricreativo in spazi privati: la nuova proposta, invece, mira al divieto totale per scopi ricreativi. Per chi fuma in pubblico il governo propone di alzare le multe (da 25mila a 60mila baht).
La liberalizzazione della cannabis in Thailandia era iniziata già nel 2018, con la legalizzazione della marijuana soltanto a scopi medici. Ora il nuovo governo vuole ritornare a quel punto. “Il nuovo divieto ostacolerebbe anche i benefici economici del nascente turismo thailandese della cannabis”, raccontava qualche settimana fa a Bloomberg Poonwarit Wangpatravanich, presidente della Phuket Cannabis Association. “Per non parlare della chiusura dei negozi che sono già spuntati in tutto il Paese, il che potrebbe danneggiare la popolarità del governo”.
Uno dei “dispensari” gratuiti di cannabis nel Sukhumvit, l’enorme strada-distretto turistico di Bangkok (afp)
Il nuovo governo si appresta a varare una norma contraria a quella approvata nel giugno 2022 dal precedente esecutivo, a sostegno di turismo e agricoltura: una legge pioniera in Asia che va contro la tradizione restrittiva nell’area. L’eco dei commenti social sull’atmosfera che si respirava durante lo show della band di Chris Martin
La Thailandia è pronta ad abolire di nuovo l’uso ricreativo della cannabis. La prossima settimana, verosimilmente nel consiglio dei ministri di martedì 13 febbraio, il governo si appresta ad approvare una nuova legge che mette fine ad un biennio scarso di depenalizzazione. Secondo quanto ha spiegato alla stampa locale lo stesso ministro della Sanità dell’esecutivo di Bangkok, Chonlanan Srikaew, il nuovo testo di legge autorizzerà l’uso dei cannabinoidi “a scopi terapeutici e di salute”, mentre “l’uso ricreativo è considerato illegale”.
La nuova normativa sancirà la fine della politica – pioniera in Asia – adottata dal precedente governo thailandese, una misura contro la quale lo stesso primo ministro in carica, Srettha Thavisin, aveva già manifestato la propria avversione.
(afp)
La decriminalizzazione della marijuana, varata nel giugno 2022, aveva lo scopo di sostenere l’agricoltura e il turismo, ancora in forte perdita, a causa delle persistenti restrizioni anti-covid nell’area asiatica. La nuova legge aveva tra l’altro permesso l’apertura di svariati ambulatori – “dispensari” – gratuiti nel regno, sollevando però molte voci, contrarie a una legge considerata troppo lassista, un’eccezione oltretutto in Asia, dove in generale l’uso di droga rimane sanzionato con severità.
La questione è riemersa in queste ultime ore, in seguito a un concerto dei Coldplay che si è tenuto a Bangkok due giorni fa. Molti anche tra gli stessi fan hanno rimarcato sui social il forte “odore di marijuana” che ha pervaso lo stadio Rajamangala.
Bangkok, turisti nel Tempio del Buddha di Smeraldo
L’articolo 18 del decreto Sicurezza finisce davanti alla Corte costituzionale, sulla base di un’ordinanza del gip di Brindisi. I produttori: “Finalmente c’è la possibilità di buttare giù una norma sbagliata”
La Consulta valuterà la costituzionalità del decreto Sicurezza. Dopo mesi di arresti e successive scarcerazioni di persone che coltivavano o commerciavano la cannabis light, un giudice, il gip di Brindisi, ha deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 18 del dl Sicurezza. Quello che appunto mette fuori legge anche la canapa che contiene cbd, sostanza considerata non drogante, e ha una bassa presenza, sotto la soglia dello 0,5%, di thc, il principio attivo classificato come sostanza stupefacente.
Il giudizio sull’articolo 18
Il giudice pugliese chiede di valutare la costituzionalità dell’articolo 18 nella parte in cui vieta “l’importazione, la cessione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione, la consegna, la vendita al pubblico e il consumo di prodotti costituiti da infiorescenze di canapa, anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché contenenti tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli olii da esse derivati, fatta salva la lavorazione delle infiorescenze per la produzione agricola dei semi”. Si tratta di prodotti agricoli e quindi, se non possono essere considerati droganti perché non contengono il thc, sarebbe impossibile limitare la loro circolazione, a prescindere dalla loro destinazione. E infatti in questi mesi gli arresti di produttori e rivenditori non hanno portato a condanne, anzi spesso i magistrati hanno scarcerato e restituiti i prodotti sequestrati. Quando l’ordinanza del gip di Brindisi sarà pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, il processo sarà riassunto dalla Corte Costituzionale, che darà le sue indicazioni.
Il caso da cui parte il ricorso
Il ricorso nasce dal caso di un’azienda italiana che aveva prodotto in Bulgaria la cannabis light. Quando alcune tonnellate di merce sono arrivate nel porto di Brindisi per essere consegnate ai produttori che poi le avrebbero rivendute prevalentemente all’estero, l’Agenzia delle dogane le ha sequestrate. “Il pubblico ministero di Brindisi aveva disposto la distruzione di tutta la merce – spiega l’avvocato Lorenzo Simonetti, che ha seguito il caso – Io ho presentato l’opposizione al gip. Con l’occasione ho anche presentato due questioni di legittimità costituzionale. Il magistrato, che ringrazio per la sua sensibilità su un tema così delicato, ha mandato a tutto alla Corte costituzionale”. Simonetti spiega quale impatto potrà avere la decisione del giudice pugliese: “A questo punto diffonderà al massimo l’ordinanza di incostituzionalità, cosicché gli organi investigativi e i magistrati che si troveranno davanti a casi simili dovranno aderire al dubbio, finché non ci sarà la sentenza della Consulta”. Si dovrebbero quindi bloccare i sequestri e gli arresti di chi tratta la cannabis light. “Tra l’altro – aggiunge Simonetti – proprio il trattato del funzionamento unico dell’Unione europea garantisce la stabilità del commercio dei prodotti agricoli nel “mercato unionale”. Una cosa che sottolineerò di fronte alla Corte Costituzionale”. La Corte di Giustizia europea, tra l’altro, si sta già occupando del divieto italiano.
La soddisfazione dei produttori
Le associazioni di produttori avevano fin da subito criticato il decreto Sicurezza, perché la sua approvazione avrebbe bloccato un settore industriale. Il presidente degli Imprenditori canapa Italia, Raffaele Desiante, esprime quindi “soddisfazione per l’ordinanza del tribunale di Brindisi perché si apre, finalmente, la possibilità di buttare giù l’impianto sbagliato dell’articolo 18 per vizi di incostituzionalità”. Dalla canapa si producono tessuti, combustibili, materie plastiche e tanto altro ancora. I fiori da sempre erano considerati scarto, ma negli ultimi anni hanno iniziato ad avere un loro mercato. Vengono infatti utilizzati principalmente come sostanze rilassanti. C’è chi li usa per fare tisane, chi li fuma, chi usa un vaporizzatore. Si tratta della cannabis light, va specificato ancora, cioè di una sostanza che contiene una bassa quantità di thc, il principio drogante, ma tanto cbd. E’ nato così un settore commerciale dedicato, tra rivenditori e distributori automatici. Il governo, in particolare la Lega, ha dichiarato guerra alla cannabis light sostenendo che è pericolosa e chiedendo di inserire nel decreto sicurezza un articolo che cerca di vietarla.
La norma nella manovra per permettere la vendita e aggirare la Consulta. Ma il governo la ferma
Il blitz resiste appena un paio d’ore. Sono quelle in cui le opposizioni denunciano la capriola del governo sulla vendita della cannabis light. È a quel punto che da Palazzo Chigi parte l’ordine: stop all’emendamento alla manovra di FdI che ripristina il commercio delle «infiorescenze fresche o essiccate e derivati liquidi» per uso «da fumo o da inalazione». Un controllo stringente sulla canapa con un thc – il principio attivo classificato come sostanza stupefacente – inferiore allo 0,5% dato che la proposta, a firma del senatore Matteo Gelmetti, affida «le modalità per la vendita» all’Agenzia delle Dogane e monopoli.
Cannabis light, dubbi di incostituzionalità sul divieto. Il ricorso del giudice: “Decida la Consulta”
Da droga a prodotto da fumo, ecco l’effetto collaterale della proposta che puntava a ben altro. A «contrastare la diffusione e la vendita di prodotti a base di cannabis light», come i meloniani si affrettano a chiarire quando i parlamentari di Pd, M5S, Avs e Più Europa festeggiano il passo indietro rispetto al decreto Sicurezza che ha introdotto il divieto di tutte le attività legate ai fiori di canapa. A prova della buona fede, il partito della premier cita la parte dell’emendamento che introduce una maxi-tassa del 40% sul prezzo di vendita al pubblico.
La proposta puntava anche a evitare una pronuncia della Corte costituzionale, che dovrà esprimersi sulla legittimità dell’articolo 18 del provvedimento che ha messo fuori legge anche la canapa con cbd, sostanza considerata non drogante e con una bassa presenza di thc. Era tutto pronto: l’introduzione, con la manovra, della nuova disposizione avrebbe tolto dal tavolo quella in vigore, rendendo impossibile la pronuncia dei giudici sulla richiesta sollevata dal gip di Brindisi. Anche i tempi giocavano a favore dei Fratelli, dato che la Finanziaria diventerà legge entro la fine dell’anno. Ma il piano è fallito. Anche per un’assenza di comunicazione tra FdI e Palazzo Chigi. Come Repubblica è in grado di ricostruire da un documento del governo, la presidenza del Consiglio ha comunicato il suo parere contrario al Mef il 30 novembre. Da qui la collocazione della proposta nella black list degli emendamenti da scartare: a pesare non solo la contrarietà di Chigi, ma anche quella dei ministri dell’Interno e della Salute. Tutti e tre hanno avanzato la stessa richiesta: cestinare il testo. Così sarà fatto. I meloniani ritireranno l’emendamento depositato al Senato. Dietrofront. Due volte. La cannabis light della destra resta illegale.
Crescono i sequestri di coltivazioni di canapa sativa, ma i magistrati evidenziano criticità nella normativa, sottolineando l’assenza di offensività quando i derivati non sono droganti. Presentato un ddl per chiarire le norme e proteggere oltre 3.000 imprese e 20.000 lavoratori da sequestri ingiustificati
Stop ai sequestri di intere coltivazioni di fiori di canapa sativa, imposto dal Decreto Sicurezza. La nuova normativa sta infatti generando grande incertezza nel settore, mettendo a rischio migliaia di imprese. La legge 242/16 che disciplina la coltivazione legale della canapa sativa, e che il Dl Sicurezza non ha cancellato, pare porsi in contrasto con le nuove disposizioni: “con l’approvazione del decreto Sicurezza (decreto-legge 11 aprile 2025, n.48) ci troviamo davanti a un quadro normativo carente, vuoto, che sta provocando una serie di conseguenze. La più grave è quella di non fare distinzione tra chi produce legalmente e chi produce invece in maniera illecita”, spiega la senatrice Sabrina Licheri, capogruppo in commissione Industria e attività produttive per il Movimento5Stelle, che ha presentato in Senato un progetto di legge (AS 1676) per cercare di mettere dei paletti all’attività di magistratura e forze dell’ordine e fare chiarezza su un comparto economico, quello della produzione di canapa sativa, disciplinato dalla legge 242/16, che coinvolge più di 3.000 imprese, oltre 20mila addetti con ricavi, compreso l’indotto, di circa 2 miliardi di euro. “Sono diventati sempre più numerosi i sequestri, e i relativi dissequestri di piante e infiorescenze perché rivelatisi poi assolutamente in regola. Intanto, però, i produttori e le aziende vedono pregiudicati mesi di lavoro, piante e ricavi. Non è accettabile. Le imprese e i lavoratori hanno bisogno di certezze e garanzie non di crociate ideologiche”.
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La legge 242/16 e la coltivazione legale della canapa
La normativa italiana insomma, continua a vietare l’utilizzo di foglie e infiorescenze di cannabis, anche quando il principio attivo stupefacente si mantiene al di sotto dei limiti stabiliti dall’Unione Europea. Questo divieto, ha detto un paio di giorni fa il Consiglio di stato, contrasterebbe con le disposizioni europee che, invece, permettono la libera circolazione e l’impiego delle varietà agricole regolarmente iscritte nel catalogo comune europeo. L’articolo 18 del Decreto Sicurezza, introducendo il comma3-bis all’articolo 2 della legge 2 dicembre 2016, n.242, ha stabilito che «sono vietati l’importazione, la cessione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione e la consegna delle infiorescenze della canapa coltivata ai sensi del comma 1 del presente articolo, anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché di prodotti contenenti o costituiti da tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati. Si applicano le disposizioni sanzionatorie previste dal titolo VIII del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n.309. È consentita solo la lavorazione delle infiorescenze per la produzione agricola dei semi di cui alla lettera g-bis) del comma 2».
Lollobrigida aveva annunciato una circolare di interpretazione autentica
Lo stesso ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, rispondendo lo scorso 9 luglio a un question time alla Camera dei Deputati, aveva ammesso che ci sono dei dubbi interpretativi sull’art.18 e che avrebbe emanato una circolare di interpretazione autentica. La norma del decreto sicurezza, infatti, ribadisce divieti già esistenti, mentre “la coltivazione e la commercializzazione della pianta, nella sua interezza comprensiva quindi delle infiorescenze, è lecita e resta consentita per le finalità previste dalla legge”.
Il numero dei sequestri sono aumentati ma i tribunali li dichiarano inammissibili
Nonostante però le rassicurazioni del ministro, in questi mesi sono aumentati i sequestri di intere piantagioni, spesso accompagnati dalla distruzione preventiva delle piante, con conseguente apertura di procedimenti penali nei confronti degli esercenti senza accertare se i prodotti coltivati avessero o meno sviluppato sostanze droganti. Ed è proprio la mancanza di offensività in concreto l’elemento su cui i Tribunali stanno mettendo un freno, suffragati in questo dai giudici di Cassazione che di recente hanno ribadito “ampie criticità in punto di determinatezza ed offensività della condotta, con prefigurabilità di una (ri)lettura giudiziale dell’articolo 18 che possa escludere, sulla base del principio di concreta offensività della condotta la penale rilevanza dei fatti relativi alle infiorescenze prodotte dalla coltivazione di cannabis sativa per difetto dell’elemento dell’offesa, quando il derivato sia, in concreto, privo di efficacia drogante o psicotropa” (Relazione n. 33/2025 del 23-6-2025). In effetti, il sequestro preventivo di intere coltivazioni, avendo come immediata conseguenza l’apertura di un procedimento penale, comporta non solo oneri legali e produttivi per l’esercente, ma, se prolungato per mesi in attesa delle analisi di laboratorio, tempi non compatibili con la prosecuzione dell’attività di impresa.
La Commissione Federale per la Sanità svizzera ha approvato una legge per la legalizzazione della cannabis, che verrà discussa nei prossimi mesi. Il risultato è frutto di un percorso intrapreso dalla Svizzera oltre trent’anni fa e che l’ha portata, nel 2021, a iniziare a sperimentare la vendita controllata di cannabis ad uso adulto. Dopo i primi risultati positivi dei progetti pilota avviati in città come Basilea, Zurigo e Losanna, ora l’iter parlamentare per una legge nazionale di legalizzazione ha preso il via, con l’obiettivo dichiarato di tutelare la salute pubblica e i minori, riducendo il mercato nero e i rischi per la salute.
Correvano gli anni ’90 quando la Svizzera, da sempre liberale nei confronti della cannabis e del suo utilizzo, venne soprannominata la Giamaica delle Alpi. Senza nessuna regolamentazione particolare in Ticino diversi negozianti avevano iniziato a vendere infiorescenze di cannabis con livelli medio-alti di THC, come profumatori per armadi ed ambienti. Un’operazione resa possibile da un vuoto legislativo che aveva messo in moto due processi: la nascita del primo settore moderno su larga scala di produzione di cannabis, con serre e capannoni sterminati, e la gran parte dei contadini svizzeri trasformati nel giro di due anni in canapicoltori, e il flusso interminabile di “turisti”, specialmente italiani, che andavano oltreconfine per godere dei frutti della pianta delle meraviglie, non di rado cercando – con scarso successo vista la solerzia delle dogane – di riportare a casa un po’ di quelle verdi emozioni. L’esperimento durò pochi anni e fu stroncato da diverse procure che, di punto in bianco, arrestarono produttori e rivenditori. Ma il piglio antiproibizionista del Paese neutrale per eccellenza, che prospera nel cuore dell’Europa senza far parte dell’unione, non si è mai spento. E oggi, mentre diversi esperimenti di legalizzazione sono attivi in città come Zurigo, Berna, Basilea e Losanna, la Commissione federale per la Sanità, forte dei primi buoni risultati ottenuti, ha approvato una legge per la legalizzazione della cannabis, che si discuterà nei prossimi mesi.
Il 15 maggio del 2021 la legge federale svizzera sugli stupefacenti viene modificata per permettere studi pilota con la vendita controllata di cannabis ad uso adulto. Siccome però la legge prevede che venga utilizzata solo cannabis biologica espressamente prodotta nel Paese elvetico, la partenza vera e propria è il febbraio del 2023, con la città di Basilea, a cui hanno poi fatto seguito Zurigo, Losanna e altri, per un totale di 6 progetti ad oggi autorizzati. Il più grande è quello della città di Zurigo, che è appena stato rinnovato fino al 2028 e attualmente coinvolge 2300 persone che aumenteranno fino a 3 mila. Tutti i progetti prevedono la vendita, in farmacia o negozi appositi, di infiorescenze di cannabis, alcuni anche hashish, estratti, prodotti edibili e cartucce per le vape-pen. I partecipanti devono rispondere a diversi criteri (cittadinanza nel cantone, già consumatore di cannabis, etc). Dopo i colloqui per l’idoneità, si riceve una tessera di ammissione allo studio, che consente di accedere ai punti vendita autorizzati. Una volta selezionato, al partecipante viene assegnato un profilo da seguire: monitoraggio del consumo, questionari periodici e raccolta dati attraverso strumenti validati nella fase di ricerca.
Nel frattempo stanno già arrivando i primi risultati, come quelli del Grashaus Project, in corso a Basilea, dai quali si evince che la prima tendenza riscontrata è quella dello spostamento dei consumatori verso vendite regolamentate e metodi di consumo “a basso rischio”, come prodotti edibili ed estratti, con un calo del mercato nero fino al 50%. Il professor Michael Schaub, direttore scientifico dell’Istituto svizzero per le dipendenze, che dirige lo studio, ha commentato così: “Il fatto che abbiamo potuto registrare tali primi successi, anche grazie a una consulenza professionale mirata nei punti vendita, è uno sviluppo promettente. Perché l’obiettivo del progetto pilota, ovvero mettere a disposizione dei consumatori prodotti sicuri e di alta qualità provenienti da fonti controllate e quindi ridurre al minimo in particolare i rischi per la salute, è ovviamente sempre al centro dell’attenzione. Speriamo di destigmatizzare l’uso della cannabis e di creare una base basata sull’evidenza per l’ulteriore dibattito sulla legalizzazione in Svizzera”.
Nel frattempo però, senza nemmeno aspettare la fine di questi progetti sperimentali, che hanno una durata media di 5 anni, in Svizzera è stata approvata dalla Commissione federale una legge per la legalizzazione della cannabis. La fase di consultazione pubblica è stata aperta il 29 agosto e si è chiusa il primo dicembre 2025. Da lì è iniziata la discussione parlamentare, che durerà circa due anni, prima dell’approvazione finale. “La salute pubblica e la tutela dei minori dovrebbero essere al centro di una rinnovata politica sulla cannabis. Agli adulti dovrebbe essere garantito un accesso alla cannabis rigorosamente regolamentato”, si legge in un comunicato del Parlamento svizzero che spiega la bozza di legge, che prevede di rendere legale l’autoproduzione casalinga di cannabis, divieto di pubblicità e vendita ai minori e controlli rigorosi sulla qualità. Le novità riguarderebbero il fatto che lo Stato vuole assicurarsi che il sistema non generi incentivi commerciali al consumo. E quindi prevede dispensari nei vari cantoni, con apposita licenza, ma che per la vendita online si prospetta un unico sito gestito dal governo. Inoltre le vendite sono orientate verso un modello non-profit, regolato dallo Stato, che prevede che i profitti vengano reinvestiti “nella prevenzione, nella riduzione del danno e nel supporto alle dipendenze”. Altro discorso per coltivatori e produttori, per i quali “dovrebbe essere consentita la produzione commerciale a scopo di lucro”.
Mario Catania
Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.