Thailandia, scatta la stretta sulla cannabis: chiudono oltre 7mila negozi

Rassegna Stampa: del 01 Febbraio 2026 – da TG COMM24 – Fonte: https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/thailandia-stretta-su-cannabis_108530588-202602k.shtml

È l’effetto immediato delle nuove regole imposte dal governo: migliaia di esercizi commerciali non rinnovano la licenza e cessano l’attività

La stretta normativa sulla cannabis decisa dalle autorità thailandesi produce i primi effetti concreti sul territorio. Oltre 7mila negozi hanno chiuso i battenti dopo aver rinunciato al rinnovo della licenza, segnando un brusco ridimensionamento di un settore cresciuto rapidamente dopo la depenalizzazione del 2022. Secondo i dati diffusi dal ministero della Salute pubblica, al 28 dicembre 2025 i punti vendita di cannabis attivi nel Paese erano 18.433. Alla fine dell’anno sono, però, scadute le licenze di 8.636 esercizi: soltanto 1.339 hanno provveduto al rinnovo, mentre 7.297 hanno scelto di cessare l’attività. Il numero complessivo dei negozi operativi è così sceso a 11.136.

Le chiusure stanno avendo un forte impatto economico, in particolare sui piccoli imprenditori. Le stime parlano di perdite per decine di milioni di baht legate a investimenti già effettuati per affitti, ristrutturazioni, acquisto di attrezzature e manodopera. Molte delle attività coinvolte erano nate dopo il 9 giugno 2022, data della depenalizzazione della cannabis. A determinare il cambio di rotta è stata la nuova linea politica del governo guidato dal Pheu Thai, che ha vietato l’uso ricreativo della marijuana, limitandone l’impiego a scopi medici e di ricerca. Una scelta accompagnata da una direttiva ministeriale che ha reso più complessa la conformità alle regole.

Tra i requisiti più stringenti figura l’obbligo per i negozi di avere in sede un medico o un operatore di medicina tradizionale autorizzato e registrato. Una condizione che molti esercenti non sono riusciti a soddisfare, accelerando la decisione di chiudere.

La Thailandia fa marcia indietro sulla cannabis: il governo vuole vietarne l’uso ricreativo

Rassegna Stampa: del 19 Gennaio 2024 di Gianluca Modolo – da La Repubblica – Fonte: https://www.repubblica.it/esteri/2024/01/19/news/thailandia_marcia_indietro_cannabis_vietare_uso_ricreativo-421918097/

PECHINO – Era stato uno dei temi durante la campagna elettorale dello scorso anno con i partiti, i più conservatori, a mettere in guardia sul fatto che l’erba “danneggia i nostri giovani”. Da quando è diventato primo ministro, Srettha Thavisin ha continuato su questa strada facendo della lotta alla “marijuana” uno dei suoi cavalli di battaglia: “L’abuso di droghe è un grande problema per la Thailandia: la cannabis deve essere usata solo a livello medico”. Così, con una giravolta rispetto ad un anno e mezzo fa – e per mettere delle toppe alla legge attuale – il Pheu Thai, il partito al governo, ha presentato una bozza di legge per vietare l’uso ricreativo della cannabis e limitarlo solamente a quello medico. Il governo sta chiedendo il parere dell’opinione pubblica: i cittadini avranno tempo per esprimersi fino al 23 gennaio, dopodiché l’esecutivo la sottoporrà al Parlamento.

Previste multe fino a 60mila baht (1.500) per l’uso ricreativo, mentre le campagne pubblicitarie o di marketing relative a tale uso potrebbero comportare pene detentive fino a un anno o multe fino a 100mila baht (2.600 euro).

Da quando nel giugno del 2022 la Thailandia ha tolto la cannabis dalla lista dei narcotici liberalizzando le regole su coltivazione, consumo, possesso e vendita – primo Paese asiatico a farlo – negozi dalle vetrine con insegne abbaglianti con la foglia verde a cinque punte, scritte a caratteri cubitali come “Enjoy your weed”, ristoranti a tema “marijuana” e festival sono cresciuti come funghi per le strade di Bangkok e in altre città del Paese: un’industria dell’erba che nei prossimi anni avrebbe raggiunto – secondo gli analisti – 1,2 miliardi di dollari. Nemmeno con la legge attuale per strada si può fumare liberamente, ma il regno thai sta (o, d’ora in avanti, stava) diventando la nuova mecca dell’erba.

La bozza di legge non prevede il ritorno della pianta nella lista dei narcotici, tuttavia rappresenta una serissima preoccupazione per i coltivatori, i negozianti e le aziende che si erano lanciate in questo business: che vendono di tutto, dai vasetti di marijuana agli oli, dalle creme e caramelle gommose al gusto erba fino ai prodotti da forno che, secondo la legge attuale, non devono contenere più dello 0,2% di tetraidrocannabinolo. Più alto lo si trova in giro per l’erba pura: finora il contenuto di Thc nei fiori grezzi non è ancora stato controllato o regolamentato.

La bozza prevede un inasprimento delle norme sulle licenze per la coltivazione, la vendita, l’esportazione e l’importazione di cannabis, con l’obbligo per gli attuali coltivatori, fornitori o aziende collegate di avere o richiedere nuove licenze o permessi – per non incorrere in pesanti pene detentive o multe.
Le regole affrettate e frammentarie adottate dopo la depenalizzazione di un anno e mezzo fa avevano cercato di limitare il consumo di cannabis, lasciando però delle scappatoie per l’uso ricreativo. Secondo la legislazione attuale è vietato fumare in pubblico, ma non ci sono limitazioni al fumo o all’uso di prodotti a base di cannabis a scopo ricreativo in spazi privati: la nuova proposta, invece, mira al divieto totale per scopi ricreativi. Per chi fuma in pubblico il governo propone di alzare le multe (da 25mila a 60mila baht).

La liberalizzazione della cannabis in Thailandia era iniziata già nel 2018, con la legalizzazione della marijuana soltanto a scopi medici. Ora il nuovo governo vuole ritornare a quel punto. “Il nuovo divieto ostacolerebbe anche i benefici economici del nascente turismo thailandese della cannabis”, raccontava qualche settimana fa a Bloomberg Poonwarit Wangpatravanich, presidente della Phuket Cannabis Association. “Per non parlare della chiusura dei negozi che sono già spuntati in tutto il Paese, il che potrebbe danneggiare la popolarità del governo”.

Thailandia vieta di nuovo l’uso ricreativo della marijuana: “Cannabis solo per usi terapeutici”. L’effetto di quell’odore invasivo durante il concerto dei Coldplay

Rassegna Stampa: del 06 Febbraio 2024 – da La Repubblica – Fonte: https://www.repubblica.it/viaggi/2024/02/06/news/thailandia_marijuana_ricreativa_di_nuovo_tabu_nuovo_governo_abolisce_depenalizzazione_cannabis_solo_per_usi_terapeutic-422066801/

Uno dei “dispensari” gratuiti di cannabis nel Sukhumvit, l’enorme strada-distretto turistico di Bangkok (afp)

Il nuovo governo si appresta a varare una norma contraria a quella approvata nel giugno 2022 dal precedente esecutivo, a sostegno di turismo e agricoltura: una legge pioniera in Asia che va contro la tradizione restrittiva nell’area. L’eco dei commenti social sull’atmosfera che si respirava durante lo show della band di Chris Martin


La Thailandia è pronta ad abolire di nuovo l’uso ricreativo della cannabis. La prossima settimana, verosimilmente nel consiglio dei ministri di martedì 13 febbraio, il governo si appresta ad approvare una nuova legge che mette fine ad un biennio scarso di depenalizzazione. Secondo quanto ha spiegato alla stampa locale lo stesso ministro della Sanità dell’esecutivo di BangkokChonlanan Srikaew, il nuovo testo di legge autorizzerà l’uso dei cannabinoidi “a scopi terapeutici e di salute”, mentre “l’uso ricreativo è considerato illegale”.

La nuova normativa sancirà la fine della politica – pioniera in Asia – adottata dal precedente governo thailandese, una misura contro la quale lo stesso primo ministro in carica, Srettha Thavisin, aveva già manifestato la propria avversione.

(afp)

La decriminalizzazione della marijuana, varata nel giugno 2022, aveva lo scopo di sostenere l’agricoltura e il turismo, ancora in forte perdita, a causa delle persistenti restrizioni anti-covid nell’area asiatica. La nuova legge aveva tra l’altro permesso l’apertura di svariati ambulatori – “dispensari” – gratuiti nel regno, sollevando però molte voci, contrarie a una legge considerata troppo lassista, un’eccezione oltretutto in Asia, dove in generale l’uso di droga rimane sanzionato con severità.

La questione è riemersa in queste ultime ore, in seguito a un concerto dei Coldplay che si è tenuto a Bangkok due giorni fa. Molti anche tra gli stessi fan hanno rimarcato sui social il forte “odore di marijuana” che ha pervaso lo stadio Rajamangala.

Bangkok, turisti nel Tempio del Buddha di Smeraldo
Bangkok, turisti nel Tempio del Buddha di Smeraldo 

Cannabis light, dubbi di incostituzionalità sul divieto. Il ricorso del giudice: “Decida la Consulta”

Rassegna Stampa: del 03 Dicembre 2025 di di Michele Bocci, Viola Giannoli – da La Repubblica – Fonte: https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/03/news/corte_costituzionale_decisione_su_divieto_coltivare_vendere_cannabis_light-425018311/

L’articolo 18 del decreto Sicurezza finisce davanti alla Corte costituzionale, sulla base di un’ordinanza del gip di Brindisi. I produttori: “Finalmente c’è la possibilità di buttare giù una norma sbagliata”

La Consulta valuterà la costituzionalità del decreto Sicurezza. Dopo mesi di arresti e successive scarcerazioni di persone che coltivavano o commerciavano la cannabis light, un giudice, il gip di Brindisi, ha deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 18 del dl Sicurezza. Quello che appunto mette fuori legge anche la canapa che contiene cbd, sostanza considerata non drogante, e ha una bassa presenza, sotto la soglia dello 0,5%, di thc, il principio attivo classificato come sostanza stupefacente.

Il giudizio sull’articolo 18

Il giudice pugliese chiede di valutare la costituzionalità dell’articolo 18 nella parte in cui vieta “l’importazione, la cessione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione, la consegna, la vendita al pubblico e il consumo di prodotti costituiti da infiorescenze di canapa, anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché contenenti tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli olii da esse derivati, fatta salva la lavorazione delle infiorescenze per la produzione agricola dei semi”. Si tratta di prodotti agricoli e quindi, se non possono essere considerati droganti perché non contengono il thc, sarebbe impossibile limitare la loro circolazione, a prescindere dalla loro destinazione. E infatti in questi mesi gli arresti di produttori e rivenditori non hanno portato a condanne, anzi spesso i magistrati hanno scarcerato e restituiti i prodotti sequestrati. Quando l’ordinanza del gip di Brindisi sarà pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, il processo sarà riassunto dalla Corte Costituzionale, che darà le sue indicazioni.

Il caso da cui parte il ricorso

Il ricorso nasce dal caso di un’azienda italiana che aveva prodotto in Bulgaria la cannabis light. Quando alcune tonnellate di merce sono arrivate nel porto di Brindisi per essere consegnate ai produttori che poi le avrebbero rivendute prevalentemente all’estero, l’Agenzia delle dogane le ha sequestrate. “Il pubblico ministero di Brindisi aveva disposto la distruzione di tutta la merce – spiega l’avvocato Lorenzo Simonetti, che ha seguito il caso – Io ho presentato l’opposizione al gip. Con l’occasione ho anche presentato due questioni di legittimità costituzionale. Il magistrato, che ringrazio per la sua sensibilità su un tema così delicato, ha mandato a tutto alla Corte costituzionale”. Simonetti spiega quale impatto potrà avere la decisione del giudice pugliese: “A questo punto diffonderà al massimo l’ordinanza di incostituzionalità, cosicché gli organi investigativi e i magistrati che si troveranno davanti a casi simili dovranno aderire al dubbio, finché non ci sarà la sentenza della Consulta”. Si dovrebbero quindi bloccare i sequestri e gli arresti di chi tratta la cannabis light. “Tra l’altro – aggiunge Simonetti – proprio il trattato del funzionamento unico dell’Unione europea garantisce la stabilità del commercio dei prodotti agricoli nel “mercato unionale”. Una cosa che sottolineerò di fronte alla Corte Costituzionale”. La Corte di Giustizia europea, tra l’altro, si sta già occupando del divieto italiano.

La soddisfazione dei produttori

Le associazioni di produttori avevano fin da subito criticato il decreto Sicurezza, perché la sua approvazione avrebbe bloccato un settore industriale. Il presidente degli Imprenditori canapa Italia, Raffaele Desiante, esprime quindi “soddisfazione per l’ordinanza del tribunale di Brindisi perché si apre, finalmente, la possibilità di buttare giù l’impianto sbagliato dell’articolo 18 per vizi di incostituzionalità”. Dalla canapa si producono tessuti, combustibili, materie plastiche e tanto altro ancora. I fiori da sempre erano considerati scarto, ma negli ultimi anni hanno iniziato ad avere un loro mercato. Vengono infatti utilizzati principalmente come sostanze rilassanti. C’è chi li usa per fare tisane, chi li fuma, chi usa un vaporizzatore. Si tratta della cannabis light, va specificato ancora, cioè di una sostanza che contiene una bassa quantità di thc, il principio drogante, ma tanto cbd. E’ nato così un settore commerciale dedicato, tra rivenditori e distributori automatici. Il governo, in particolare la Lega, ha dichiarato guerra alla cannabis light sostenendo che è pericolosa e chiedendo di inserire nel decreto sicurezza un articolo che cerca di vietarla.

Giravolta di FdI sulla cannabis light: un emendamento per salvarla, poi lo stop

Rassegna Stampa: del 05 Dicembre 2025di Giuseppe Colombo – da La Repubblica – Fonte: https://www.repubblica.it/politica/2025/12/05/news/cannabis_light_emendamento_fdi_governo-425022772/?ref=-BH-I0-P-S1-T1

La norma nella manovra per permettere la vendita e aggirare la Consulta. Ma il governo la ferma

Il blitz resiste appena un paio d’ore. Sono quelle in cui le opposizioni denunciano la capriola del governo sulla vendita della cannabis light. È a quel punto che da Palazzo Chigi parte l’ordine: stop all’emendamento alla manovra di FdI che ripristina il commercio delle «infiorescenze fresche o essiccate e derivati liquidi» per uso «da fumo o da inalazione». Un controllo stringente sulla canapa con un thc – il principio attivo classificato come sostanza stupefacente – inferiore allo 0,5% dato che la proposta, a firma del senatore Matteo Gelmetti, affida «le modalità per la vendita» all’Agenzia delle Dogane e monopoli.

Cannabis light, dubbi di incostituzionalità sul divieto. Il ricorso del giudice: “Decida la Consulta”

Da droga a prodotto da fumo, ecco l’effetto collaterale della proposta che puntava a ben altro. A «contrastare la diffusione e la vendita di prodotti a base di cannabis light», come i meloniani si affrettano a chiarire quando i parlamentari di PdM5SAvs e Più Europa festeggiano il passo indietro rispetto al decreto Sicurezza che ha introdotto il divieto di tutte le attività legate ai fiori di canapa. A prova della buona fede, il partito della premier cita la parte dell’emendamento che introduce una maxi-tassa del 40% sul prezzo di vendita al pubblico.

La proposta puntava anche a evitare una pronuncia della Corte costituzionale, che dovrà esprimersi sulla legittimità dell’articolo 18 del provvedimento che ha messo fuori legge anche la canapa con cbd, sostanza considerata non drogante e con una bassa presenza di thc. Era tutto pronto: l’introduzione, con la manovra, della nuova disposizione avrebbe tolto dal tavolo quella in vigore, rendendo impossibile la pronuncia dei giudici sulla richiesta sollevata dal gip di Brindisi. Anche i tempi giocavano a favore dei Fratelli, dato che la Finanziaria diventerà legge entro la fine dell’anno. Ma il piano è fallito. Anche per un’assenza di comunicazione tra FdI e Palazzo Chigi. Come Repubblica è in grado di ricostruire da un documento del governo, la presidenza del Consiglio ha comunicato il suo parere contrario al Mef il 30 novembre. Da qui la collocazione della proposta nella black list degli emendamenti da scartare: a pesare non solo la contrarietà di Chigi, ma anche quella dei ministri dell’Interno e della Salute. Tutti e tre hanno avanzato la stessa richiesta: cestinare il testo. Così sarà fatto. I meloniani ritireranno l’emendamento depositato al Senato. Dietrofront. Due volte. La cannabis light della destra resta illegale.

Canapa light, tribunali e Cassazione frenano il decreto sicurezza

Rassegna Stampa: di Redazione ITALIA OGGI del 20/11/2025 – Fonte: https://www.italiaoggi.it/diritto-e-fisco/diritto-e-impresa/canapa-light-tribunali-e-cassazione-frenano-il-decreto-sicurezza-k816zomo?refresh_cens

Crescono i sequestri di coltivazioni di canapa sativa, ma i magistrati evidenziano criticità nella normativa, sottolineando l’assenza di offensività quando i derivati non sono droganti. Presentato un ddl per chiarire le norme e proteggere oltre 3.000 imprese e 20.000 lavoratori da sequestri ingiustificati

Stop ai sequestri di intere coltivazioni di fiori di canapa sativa, imposto dal Decreto Sicurezza. La nuova normativa sta infatti generando grande incertezza nel settore, mettendo a rischio migliaia di imprese. La legge 242/16 che disciplina la coltivazione legale della canapa sativa, e che il Dl Sicurezza non ha cancellato, pare porsi in contrasto con le nuove disposizioni: “con l’approvazione del decreto Sicurezza (decreto-legge 11 aprile 2025, n.48) ci troviamo davanti a un quadro normativo carente, vuoto, che sta provocando una serie di conseguenze. La più grave è quella di non fare distinzione tra chi produce legalmente e chi produce invece in maniera illecita”, spiega la senatrice Sabrina Licheri, capogruppo in commissione Industria e attività produttive per il Movimento5Stelle, che ha presentato in Senato un progetto di legge (AS 1676) per cercare di mettere dei paletti all’attività di magistratura e forze dell’ordine e fare chiarezza su un comparto economico, quello della produzione di canapa sativa, disciplinato dalla legge 242/16, che coinvolge più di 3.000 imprese, oltre 20mila addetti con ricavi, compreso l’indotto, di circa 2 miliardi di euro. “Sono diventati sempre più numerosi i sequestri, e i relativi dissequestri di piante e infiorescenze perché rivelatisi poi assolutamente in regola. Intanto, però, i produttori e le aziende vedono pregiudicati mesi di lavoro, piante e ricavi. Non è accettabile. Le imprese e i lavoratori hanno bisogno di certezze e garanzie non di crociate ideologiche”.

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La legge 242/16 e la coltivazione legale della canapa

La normativa italiana insomma, continua a vietare l’utilizzo di foglie e infiorescenze di cannabis, anche quando il principio attivo stupefacente si mantiene al di sotto dei limiti stabiliti dall’Unione Europea. Questo divieto, ha detto un paio di giorni fa il Consiglio di stato, contrasterebbe con le disposizioni europee che, invece, permettono la libera circolazione e l’impiego delle varietà agricole regolarmente iscritte nel catalogo comune europeo. L’articolo 18 del Decreto Sicurezza, introducendo il comma3-bis all’articolo 2 della legge 2 dicembre 2016, n.242, ha stabilito che «sono vietati l’importazione, la cessione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione e la consegna delle infiorescenze della canapa coltivata ai sensi del comma 1 del presente articolo, anche in forma semilavorata, essiccata o triturata, nonché di prodotti contenenti o costituiti da tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati. Si applicano le disposizioni sanzionatorie previste dal titolo VIII del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n.309. È consentita solo la lavorazione delle infiorescenze per la produzione agricola dei semi di cui alla lettera g-bis) del comma 2».

Lollobrigida aveva annunciato una circolare di interpretazione autentica

Lo stesso ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, rispondendo lo scorso 9 luglio a un question time alla Camera dei Deputati, aveva ammesso che ci sono dei dubbi interpretativi sull’art.18 e che avrebbe emanato una circolare di interpretazione autentica. La norma del decreto sicurezza, infatti, ribadisce divieti già esistenti, mentre “la coltivazione e la commercializzazione della pianta, nella sua interezza comprensiva quindi delle infiorescenze, è lecita e resta consentita per le finalità previste dalla legge”.

Il numero dei sequestri sono aumentati ma i tribunali li dichiarano inammissibili

Nonostante però le rassicurazioni del ministro, in questi mesi sono aumentati i sequestri di intere piantagioni, spesso accompagnati dalla distruzione preventiva delle piante, con conseguente apertura di procedimenti penali nei confronti degli esercenti senza accertare se i prodotti coltivati avessero o meno sviluppato sostanze droganti. Ed è proprio la mancanza di offensività in concreto l’elemento su cui i Tribunali stanno mettendo un freno, suffragati in questo dai giudici di Cassazione che di recente hanno ribadito “ampie criticità in punto di determinatezza ed offensività della condotta, con prefigurabilità di una (ri)lettura giudiziale dell’articolo 18 che possa escludere, sulla base del principio di concreta offensività della condotta la penale rilevanza dei fatti relativi alle infiorescenze prodotte dalla coltivazione di cannabis sativa per difetto dell’elemento dell’offesa, quando il derivato sia, in concreto, privo di efficacia drogante o psicotropa” (Relazione n. 33/2025 del 23-6-2025). In effetti, il sequestro preventivo di intere coltivazioni, avendo come immediata conseguenza l’apertura di un procedimento penale, comporta non solo oneri legali e produttivi per l’esercente, ma, se prolungato per mesi in attesa delle analisi di laboratorio, tempi non compatibili con la prosecuzione dell’attività di impresa.

La Svizzera vuole legalizzare la cannabis

Rassegna Stampa: 18 Novembre 2025 di Mario Catania – L’Indipendente – Fonte: https://www.lindipendente.online/2025/11/18/la-svizzera-vuole-legalizzare-la-cannabis/

La Commissione Federale per la Sanità svizzera ha approvato una legge per la legalizzazione della cannabis, che verrà discussa nei prossimi mesi. Il risultato è frutto di un percorso intrapreso dalla Svizzera oltre trent’anni fa e che l’ha portata, nel 2021, a iniziare a sperimentare la vendita controllata di cannabis ad uso adulto. Dopo i primi risultati positivi dei progetti pilota avviati in città come Basilea, Zurigo e Losanna, ora l’iter parlamentare per una legge nazionale di legalizzazione ha preso il via, con l’obiettivo dichiarato di tutelare la salute pubblica e i minori, riducendo il mercato nero e i rischi per la salute.

Correvano gli anni ’90 quando la Svizzera, da sempre liberale nei confronti della cannabis e del suo utilizzo, venne soprannominata la Giamaica delle Alpi. Senza nessuna regolamentazione particolare in Ticino diversi negozianti avevano iniziato a vendere infiorescenze di cannabis con livelli medio-alti di THC, come profumatori per armadi ed ambienti. Un’operazione resa possibile da un vuoto legislativo che aveva messo in moto due processi: la nascita del primo settore moderno su larga scala di produzione di cannabis, con serre e capannoni sterminati, e la gran parte dei contadini svizzeri trasformati nel giro di due anni in canapicoltori, e il flusso interminabile di “turisti”, specialmente italiani, che andavano oltreconfine per godere dei frutti della pianta delle meraviglie, non di rado cercando – con scarso successo vista la solerzia delle dogane – di riportare a casa un po’ di quelle verdi emozioni. L’esperimento durò pochi anni e fu stroncato da diverse procure che, di punto in bianco, arrestarono produttori e rivenditori. Ma il piglio antiproibizionista del Paese neutrale per eccellenza, che prospera nel cuore dell’Europa senza far parte dell’unione, non si è mai spento. E oggi, mentre diversi esperimenti di legalizzazione sono attivi in città come Zurigo, Berna, Basilea e Losanna, la Commissione federale per la Sanità, forte dei primi buoni risultati ottenuti, ha approvato una legge per la legalizzazione della cannabis, che si discuterà nei prossimi mesi.

Il 15 maggio del 2021 la legge federale svizzera sugli stupefacenti viene modificata per permettere studi pilota con la vendita controllata di cannabis ad uso adulto. Siccome però la legge prevede che venga utilizzata solo cannabis biologica espressamente prodotta nel Paese elvetico, la partenza vera e propria è il febbraio del 2023, con la città di Basilea, a cui hanno poi fatto seguito Zurigo, Losanna e altri, per un totale di 6 progetti ad oggi autorizzati. Il più grande è quello della città di Zurigo, che è appena stato rinnovato fino al 2028 e attualmente coinvolge 2300 persone che aumenteranno fino a 3 mila. Tutti i progetti prevedono la vendita, in farmacia o negozi appositi, di infiorescenze di cannabis, alcuni anche hashish, estratti, prodotti edibili e cartucce per le vape-pen. I partecipanti devono rispondere a diversi criteri (cittadinanza nel cantone, già consumatore di cannabis, etc). Dopo i colloqui per l’idoneità, si riceve una tessera di ammissione allo studio, che consente di accedere ai punti vendita autorizzati. Una volta selezionato, al partecipante viene assegnato un profilo da seguire: monitoraggio del consumo, questionari periodici e raccolta dati attraverso strumenti validati nella fase di ricerca.

Nel frattempo stanno già arrivando i primi risultati, come quelli del Grashaus Project, in corso a Basilea, dai quali si evince che la prima tendenza riscontrata è quella dello spostamento dei consumatori verso vendite regolamentate e metodi di consumo “a basso rischio”, come prodotti edibili ed estratti, con un calo del mercato nero fino al 50%. Il professor Michael Schaub, direttore scientifico dell’Istituto svizzero per le dipendenze, che dirige lo studio, ha commentato così: “Il fatto che abbiamo potuto registrare tali primi successi, anche grazie a una consulenza professionale mirata nei punti vendita, è uno sviluppo promettente. Perché l’obiettivo del progetto pilota, ovvero mettere a disposizione dei consumatori prodotti sicuri e di alta qualità provenienti da fonti controllate e quindi ridurre al minimo in particolare i rischi per la salute, è ovviamente sempre al centro dell’attenzione. Speriamo di destigmatizzare l’uso della cannabis e di creare una base basata sull’evidenza per l’ulteriore dibattito sulla legalizzazione in Svizzera”.

Nel frattempo però, senza nemmeno aspettare la fine di questi progetti sperimentali, che hanno una durata media di 5 anni, in Svizzera è stata approvata dalla Commissione federale una legge per la legalizzazione della cannabis. La fase di consultazione pubblica è stata aperta il 29 agosto e si è chiusa il primo dicembre 2025. Da lì è iniziata la discussione parlamentare, che durerà circa due anni, prima dell’approvazione finale. “La salute pubblica e la tutela dei minori dovrebbero essere al centro di una rinnovata politica sulla cannabis. Agli adulti dovrebbe essere garantito un accesso alla cannabis rigorosamente regolamentato”, si legge in un comunicato del Parlamento svizzero che spiega la bozza di legge, che prevede di rendere legale l’autoproduzione casalinga di cannabis, divieto di pubblicità e vendita ai minori e controlli rigorosi sulla qualità. Le novità riguarderebbero il fatto che lo Stato vuole assicurarsi che il sistema non generi incentivi commerciali al consumo. E quindi prevede dispensari nei vari cantoni, con apposita licenza, ma che per la vendita online si prospetta un unico sito gestito dal governo. Inoltre le vendite sono orientate verso un modello non-profit, regolato dallo Stato, che prevede che i profitti vengano reinvestiti “nella prevenzione, nella riduzione del danno e nel supporto alle dipendenze”. Altro discorso per coltivatori e produttori, per i quali “dovrebbe essere consentita la produzione commerciale a scopo di lucro”.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

La cannabis light non è illegale: i tribunali smontano il decreto sicurezza

Rassegna Stampa: 17 Ottobre 2025 – Mario Catania – L’INDIPENDENTE – Fonte: https://www.lindipendente.online/2025/10/17/la-cannabis-light-non-e-illegale-i-tribunali-smontano-il-decreto-sicurezza/

Enrico stava montando il capannone per la festa del suo 35esimo compleanno in provincia di Belluno, e come regalo si è visto arrivare 12 agenti della polizia antidroga che l’hanno arrestato, trattandolo come un narcotrafficante. L’accusa? Quella di detenzione con fini di spaccio di stupefacenti, ma la realtà è ben diversa. Con la sua azienda, La Mota, da 8 anni Enrico coltiva canapa industriale con THC sotto i limiti di legge, italiani ed europei, con un’azienda registrata, pagando tasse e facendo fatture quando vende la propria merce. Gli agenti non hanno voluto nemmeno effettuare il campionamento per verificare tramite analisi scientifiche i livelli di THC delle piante, hanno sequestrato il campo e volevano procedere con l’incenerimento. Il tutto è stato bloccato dal tempestivo intervento del suo avvocato, Lorenzo Simonetti, di Tutela Legale stupefacenti, che ha portato la procura a scarceralo immediatamente, scrivendo nero su bianco che: «Trattandosi esclusivamente di infiorescenze di cannabis, fino a quando non saranno disponibili le analisi di laboratorio sulle sostanze sottoposte a sequestro, non è possibile neanche stabilire la gravità in concreto della condotta, non potendosi considerare determinante il mero dato ponderale».

Da agricoltori a criminali

Lo stesso giorno, il 10 ottobre, questa volta a Palermo, un altro agricoltore, che coltiva canapa industriale dal 2019, è stato arrestato ed è rimasto in carcere per due giorni. Qui il giudice ha convalidato l’arresto, ma non ha accolto la richiesta di misure cautelari come carcere o domiciliari. Nell’ordinanza di scarcerazione si può leggere che: «Allo stato, unitamente alla circostanza che non basta che si tratti di cannabis (più tecnicamente, non è sufficiente la conformità del prodotto al tipo botanico vietato dal T.U. Stupefacenti), bensì occorre sempre valutare l’effettiva capacità drogante del prodotto ceduto o detenuto (cfr. Cass. Pen., SSUU 12348/2019), impedisce di configurare, i gravi indizi del reato contestato».

Pochi giorni prima era toccato a un altro imprenditore agricolo, questa volta in Puglia. Dopo 3 giorni di carcere il Gip, giudice per le indagini preliminari, ha rigettato la richiesta di custodia cautelare in carcere del PM, ordinando invece l’immediata scarcerazione, senza nessuna misura cautelare. Nelle motivazioni, il giudice sottolinea che: «Allo stato non è affatto scontato che il materiale abbia efficacia drogante o psicotropa» e che, senza analisi scientifiche valide e tracciate, non sussistono gravi indizi di colpevolezza.

Un cortocircuito legislativo e giudiziario

Cosa sta accadendo? Dopo il decreto sicurezza, che vorrebbe considerare il fiore di canapa come uno stupefacente indipendentemente dai livelli di THC – un’impostazione cha fa a pugni con la scienza, con decine e decine di sentenze, e con lo stato di diritto, come è stato sottolineato da una relazione della Corte di Cassazione a inizio anno – procure un po’ troppo zelanti hanno fatto il passo che nessuno si aspettava: non più sequestri e processi, gli agricoltori di canapa vanno direttamente in carcere, senza nemmeno effettuare le analisi. Un’aberrazione del diritto, che porta in galera lavoratori onesti poi dipinti dalla stampa locale come dei novelli Pablo Escobar. Che però vengono puntualmente rimessi in libertà avvalorando il principio che le associazioni di settore portano avanti da anni: se non c’è efficacia drogante e per la prassi giurisprudenziale italiana deve essere sopra lo 0,5% di THC, non c’è reato.

Ecco perché gli avvocati insistono su un punto: prima di incidere sulla libertà personale o sull’operatività delle imprese, occorrono campionamenti in contraddittorio, catena di custodia, laboratori accreditati e misure conformi ai protocolli europei (campionamento rappresentativo, doppio campione per controanalisi, essiccazione entro 48 ore, determinazione cromatografica su campione a peso costante). E i giudici stanno dando ragione a loro, non al governo che ha voluto questa legge.

Torino, sequestro archiviato: “il fatto non sussiste”

Il problema è che, nonostante le continue e nette vittorie giudiziarie, le procure non si fermano. L’ultimo sequestro è avvenuto nei giorni scorsi a Forlì, dove sono stati confiscati oltre 250 chili di infiorescenze di cannabis light, per un valore commerciale di circa due milioni di euro.

Nei giorni precedenti la vittima designata era stata la città di Torino, dove però è già arrivata la prima archiviazione, in un processo iniziato a settembre. Il gip ha accolto la richiesta della procura perché “il fatto non sussiste”. E nello spiegare le motivazioni scrive: «Ciò che è emerso è la presenza di THC ma senza indicare una percentuale, per cui, essendo lecita la vendita di cannabis sativa purché con un contenuto di THC inferiore allo 0.6 %, potrebbe operare una causa di esclusione dell’antigiuridicità». Tradotto: la cannabis light, come sostengono associazioni, imprenditori, commercianti, e anche giudici, è legale se il THC è sotto i limiti di legge; è chiaro e logico per tutti, meno che per chi ci governa.

Europa e Italia

Intanto, in Europa, il Parlamento europeo ha approvato l’emendamento proposto dall’eurodeputata Cristina Guarda di AVS che considera la canapa come un prodotto agricolo, legale in ogni sua parte, fiore compreso, con THC fino allo 0,5%. Il prossimo passo sarà la discussione al Consiglio europeo con i vari Stati membri. «L’Europa manda un segnale chiaro: la canapa non è un tabù, ma una risorsa strategica per la transizione ecologica e per la competitività delle nostre campagne», ha sottolineato, chiedendo al governo di «abbandonare l’oscurantismo del decreto sicurezza e riconoscere finalmente dignità e prospettive a un settore che chiede solo regole certe per crescere». Da noi, invece, è arrivato l’ennesimo appello di Confagricoltura che, come le altri grandi associazioni agricole, in questa battaglia si è da subito schierata in favore della pianta a sette punte. L’associazione chiede al ministero dell’Interno «l’adozione urgente di un Atto di Interpretazione Autentica, che confermi in modo inequivocabile la piena liceità delle attività legate alla canapa industriale». Lo scopo? «Garantire agli operatori del settore la sicurezza giuridica necessaria per continuare a lavorare, evitando blocchi produttivi o sanzioni ingiustificate».

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

La cannabis light vince ancora: tre tribunali smontano il decreto sicurezza

Rassegna Stampa: 15 ottobre 2025 di Giulio Cavalli – DOMANI – Fonte: https://www.editorialedomani.it/politica/italia/cannabis-light-sentenze-decreto-sicurezza-controlli-scientifici-fc6lamku

Tre tribunali hanno dato torto al governo Meloni nel giro di 48 ore

Da Palermo a Torino, i giudici bocciano l’approccio repressivo del governo: servono prove scientifiche, non arresti a vista. In assenza di prove sull’efficacia drogante, la canapa resta legale

Nel giro di quarantotto ore tre tribunali italiani – Palermo, Belluno e Torino – hanno dato torto al governo Meloni sulla canapa industriale. Le pronunce, tutte depositate tra il 12 e il 14 ottobre, smentiscono l’impianto del decreto sicurezza che aveva equiparato la cannabis light agli stupefacenti, imponendo una stretta che da mesi paralizza il settore agricolo e commerciale. I giudici hanno ribadito un principio elementare: senza analisi di laboratorio che certifichino la presenza di Thc oltre i limiti di legge, non esiste alcun reato.

A Belluno, la procura ha disposto la scarcerazione immediata di un coltivatore arrestato il 10 ottobre, precisando che «non risultano indici univoci di spaccio» e che il solo peso del materiale non può fondare accuse di traffico. Il decreto di liberazione, emesso ex art. 121 disp. att. c.p.p., chiarisce che fino all’esito di accertamenti tecnico-analitici «non è possibile stabilire la gravità in concreto della condotta». Analoga la posizione del tribunale di Palermo, che ha annullato il sequestro di infiorescenze in un’azienda agricola: il giudice ha escluso l’esistenza di prove sull’efficacia drogante e ha ricordato che la conformità botanica non basta per configurare un illecito. A Torino, infine, il pubblico ministero ha chiesto e ottenuto l’archiviazione di un procedimento per vendita di canapa light perché «il fatto non sussiste»: i test avevano rilevato la presenza di Thc, ma senza indicarne la percentuale.

Conta la verifica

In tutti e tre i casi, i magistrati si sono richiamati alla relazione n. 33/2025 dell’Ufficio del Massimario della Cassazione, secondo cui l’articolo 18 della legge 80/2025 non introduce un divieto assoluto, ma ha valore puramente ricognitivo rispetto al quadro preesistente. La legge insomma deve essere interpretata in modo conforme alla Costituzione e al diritto dell’Unione europea, imponendo la verifica “tecnico-scientifica dell’offensività in concreto”.

Il dato scientifico diventa dunque il discrimine tra lecito e illecito. I narcotest di campo, usati di routine dalle forze dell’ordine, sono stati ritenuti strumenti non idonei perché rilevano genericamente la presenza di cannabinoidi, dando quasi sempre esito positivo anche per prodotti legali. Senza una quantificazione del Thc attivo – misurato dopo la decarbossilazione e in contraddittorio con il produttore – non è possibile privare un cittadino della libertà personale né bloccare un’attività economica.

I giudici indicano una strada uniforme: campionamento rappresentativo, doppio campione per controanalisi, catena di custodia, analisi presso laboratori accreditati e misura del Thc “attivo” su campione a peso costante. È la sequenza minima per evitare sequestri «a vista» e procedimenti destinati a cadere all’esito delle verifiche, con costi a carico dei contribuenti e danni alle aziende agricole.

Il presidente di Canapa Sativa Italia, Mattia Cusani, parla di una svolta attesa: «Le corti stanno riconoscendo che la legge 80 è solo ricognitiva della normativa già esistente e delle Sezioni Unite del 2019. Quello che era legale resta legale, quello che era illegale resta illegale». Cusani segnala dissequestri imminenti, cause civili di accertamento in più distretti e il contenzioso ancora aperto sulle “officinali”, cioè sulla non inclusione della canapa tra le piante medicinali autorizzate alla coltivazione e trasformazione. Una questione che il Consiglio di Stato dovrà chiarire nelle prossime settimane, dopo che la categoria ha vinto in primo grado.

Italia esportatrice

Il settore, come ricorda la giurisprudenza più recente e gli atti di causa, non è un’anomalia: parliamo di una filiera agricola e para-industriale che negli ultimi anni ha mobilitato investimenti, occupazione e indotto, con l’Italia tra i principali esportatori europei. La chiusura del canale infiorescenze drenerebbe centinaia di milioni e migliaia di posti di lavoro, senza alcun beneficio misurabile in termini di sicurezza pubblica: i precedenti di Trento e di altre corti mostrano che sotto lo 0,3 per cento di Thc «non sussistono rischi tali da giustificare un divieto assoluto». Anche per questo la stessa Cassazione ha richiamato il principio di proporzionalità e l’offensività in concreto come bussola per le Procure.

Le decisioni di Palermo, Belluno e Torino arrivano a un anno dal decreto voluto dai ministri Piantedosi e Lollobrigida, che aveva equiparato le infiorescenze di canapa agli stupefacenti. Già a settembre, il tribunale di Trento ha affermato che un contenuto di Thc inferiore allo 0,6 per cento «non comporta rischi tali da giustificare un divieto assoluto di commercializzazione». Ora le nuove ordinanze consolidano una giurisprudenza che sposta il baricentro dall’ideologia alla verifica scientifica, mentre a Bruxelles avanza l’armonizzazione: l’uso dell’intera pianta in ambito agricolo e una soglia Ue più coerente con il mercato interno sono all’ordine del giorno.

Per Cusani, «le istituzioni italiane stanno solo prendendo tempo». Intanto, però, i tribunali chiedono metodi, non slogan: niente automatismi punitivi, sì a controlli seri e comparabili in tutta Italia. In assenza di prove sull’efficacia drogante, la canapa resta legale. E il decreto sicurezza, ancora una volta, vacilla sotto il peso dei fatti e delle sentenze.

𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗻𝗮𝗽𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶

Rassegna Stampa: 14 Ottobre 2025 Tratto da FACEBOOK di VALENTINA CERA di AVS

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 𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗿𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗻𝗮𝗽𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶.
Oggi in presidio sotto il Consiglio regionale.

A Torino e provincia i negozi di cannabis legale vengono perquisiti, i prodotti sequestrati, le persone denunciate come spacciatori.
Tutto questo a causa dell’articolo 18 del DL Sicurezza, che distrugge un intero settore economico in nome della propaganda proibizionista di questa destra.

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 “Sono entrati nel mio negozio, hanno sequestrato tutto e mi hanno denunciato per spaccio. Avevo le fatture, le analisi, tutto in regola.”

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 “Mi hanno trattato come un criminale davanti ai clienti. Non sono uno spacciatore, sono un lavoratore.”

Queste sono solo alcune delle testimonianze che ho raccolto da chi lavora nella filiera della canapa. Persone oneste, con un’attività regolare, lasciate in un limbo legislativo e abbandonate dalla Regione Piemonte, che non ha ancora attivato il tavolo di crisi richiesto da mesi.

In Piemonte sono circa 1000 gli operatori che rischiano di perdere il lavoro.
Con un nuovo Question Time in Aula, ho chiesto alla Giunta regionale di:

🔹

 tutelare questi lavoratori e lavoratrici;

🔹

 attivare subito ristori per le attività colpite;

🔹

 smettere di distruggere un settore legale, ecologico e in piena espansione.

💬

 I negozianti di canapa non sono spacciatori: sono lavoratori, artigiani, imprenditori che pagano le tasse e chiedono solo di poter continuare a lavorare.

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 Basta persecuzioni, basta propaganda.
Fermiamo questa follia ideologica che danneggia l’economia legale e favorisce la criminalità.